La Bianca Luce

Quella notte nacque una promessa

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Francesco Campanella, indimenticata colonna del Romanista ha scritto che all’alba del 30 maggio 1984: «Si era alzato presto, aveva ottenuto un permesso da Liedholm e si era concesso una breve escursione a Tormarancia e alla Garbatella, dove era cresciuto. Era tornato in tempo per la lezione di tattica del Barone». Agostino abbandonò il quarto piano dell’Albergo Villa Pamphili, quasi certamente con l’eterna autoradio sotto il braccio e si infilò nel traffico, puntando verso i terreni in terra battuta o addirittura asfaltati della sua infanzia, verso l’oratorio San Filippo Neri, con il biliardino del calcio balilla, un’immagine della Vergine Maria appesa al muro e una targa in marmo: «Sarai … sarai … e poi? E poi tutto passa. Paradiso! Paradiso». Don Guido, la sua prima squadra, la Lante Junior, quindi l’OMI, l’avventura nel “Pordenone” la squadra scolastica con cui giocò una mitica finale contro il “Meucci”. Quelle partite erano la promessa di un futuro grande, una promessa a lungo elusa da chi con troppa fretta sentenziava: «Bravo, ma troppo lento». La promessa, alla fine si è realizzata e se Agostino fosse stato anche veloce oggi si parlerebbe di lui come di un Pelè bianco.

Dai tempi dei campionati alla Chiesoletta facciamo un salto, nel 2003, mi misi in testa di scrivere un libro interamente dedicato alla finale di Coppa dei Campioni Roma – Liverpool. Dopo un anno di ricerche avevo accumulato un tesoro di aneddoti e cimeli. «Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare», si direbbe in Blade Runner. I guanti di Grobbelaar, una piccola coppa in argento regalata dal presidente Viola a tutti gli intervenuti al ricevimento ufficiale Figc tenuto a Palazzo Brancaccio il 29 maggio … ricordo le parole di Vitaliano Gallegati, accompagnatore ufficiale del Liverpool e tifoso della Roma, a cui spettò il compito terribile di condurre il Liverpool vittorioso ai festeggiamenti di Villa Maraini: «Mi invitarono a festeggiare con loro – mi disse Gallegati – gli risposi che era mio compito accompagnarli, ma che festeggiassero loro, io proprio no, a me veniva da piangere». Parlai anche con Massimo Ciulli, l’arbitro romano che ebbe l’incarico di accompagnatore della terna arbitrale svedese. Mi disse della visita di Viola negli spogliatoi … quindi, grazie all’ambasciata italiana di Svezia riuscii a mettermi in contatto con Fredriksson, l’arbitro della gara, per chiedergli come avesse potuto convalidare il gol dei Reds, con quella incredibile carica subita da Tancredi. Mi scrisse una lettera in svedese Fredriksson, ma io continuai a non capire. Mi occupai anche di maglie, Oddi che quella notte era in panchina mi disse di aver regalato tutto, Righetti con un sorriso amaro bisbigliò solamente: «La tiene mia madre». La ricerca su Roma – Liverpool fu un viaggio nella partita della mia generazione. Chi era all’Olimpico quella sera sa cosa voglio dire. Ad alcune delle domande che mi ero fatto riuscii a rispondere, altre rimasero, se possibile ingigantendosi. Ho chiesto a Giorgio Rossi, a Vittorio Boldorini, Riccardo Viola, Odoacre Chierico e a mille altri dove fosse finita la maglia numero dieci di Agostino, nessuno ha saputo rispondermi. Dove finisce il vessillo della più grande battaglia sportiva di sempre? Una maglia invitta nonostante la sconfitta, una maglia che per un secondo, indossata dal capitano, aveva portato la Roma al vertice della sua storia. E’ quella la “maglia delle maglie”, la luce bianca con colletto rosso che deve continuare a ricordare ai romanisti non una sconfitta, ma la meta da raggiungere.

Il 30 maggio 1984, quella casacca (quell’uomo), uscì dall’Olimpico carica di gloria sportiva, domenica, dopo ventiquattro anni si potrà rivederla. Gli esperti mi dicono che ne esistono ameno due esemplari, uno per il primo tempo e uno per il secondo, non esiste certezza che la casacca esposta domenica prossima, sia quella con cui Agostino ha battuto e realizzato il primo rigore, ma questo, a dire il vero ha un senso molto relativo, a cospetto di ciò che rappresenta come simbolo.

Tiberio Mitri, uomo e atleta per alcuni versi accostabile all’indole di Agostino, conservò quasi fino all’epilogo della sua esistenza la vestaglia con cui era salito sul ring nello scontro valevole per il titolo mondiale contro Jake La Motta. Una vestaglia verde che regalò quando sentì di essere vicino a regolare i conti con la vita. Se ne privò per non mandarla perduta, perché in alcune delle nostre sconfitte c’è il meglio della nostra esistenza. La capacità di rimanere fedele ad un’idea senza se e senza ma. Una sconfitta può arrivare senza resa, è stato così per Roma – Liverpool. Non ci fu paura, non ci fu rinuncia nel cuore di un Capitano che quella sera ci guidò all’assalto del sogno. Mirò la faccia di Grobbelaar e cercò di spedirlo in rete con tutto il pallone. “Ago” quanto ti ho voluto bene quella sera e quanto te ne continuano a volere i romanisti.

E’ giusto che Francesco Totti sia il grande, generoso, inimitabile capitano di questa generazione di romanisti, io e molti di coloro che quel 30 maggio erano con il cuore in gola, però, di Capitano continuano ad averne uno solo. Capelli alla Giulio Cesare, sguardo severo, accigliato, ti rivedo ancora mentre chiami i compagni a salutare la SUD … una mano sola alzata, con il capo appena reclinato in un gesto di pudore, di rispetto.

Andò via Agostino, a Milano, un cugino del padre Franco, dirigente della confindustria di Legnano, lo aiutò a trovare una casa fuori città vicino al centro tecnico di Milanello. Il giornalista Curzio Maltese, lo riportano Giovanni Bianconi e Andrea Salerno nel bel libro: “L’ultima partita”, consumò alcune cene con lui in quel periodo: «Era triste, serio e intelligente (…). Si vedeva che la sua vita era a Roma (…)». Ammalato di nostalgia, anche se faceva di tutto per non darlo a vedere, Agostino è stato a sua volta rimpianto dai tifosi giallorossi.

Domenica sarò ad accarezzare la sua maglia, che vale un ricordo, di più, una promessa.

Massimo Izzi

19 Settembre 2008

 

 

 

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