Quella bianca luce sul Capitano

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Il racconto immaginifico lo fa Paolo Castellani a Luca Di Bartolomei in una lettera bellissima. Profonda. Sincera. Splendida. Romanista. Completamente, come questa storia che è successa il 23 agosto, alle ore 16: Francesco Totti che si mette la maglietta indossata da Agostino Di Bartolomei il 30 maggio 1984. Già sta stretto come racconto. La maglia gli stava benissimo, anche se mentre la indossava diceva «mi sta stretta eppure lui era un armadio». Dei ricordi.

Per un romanista quella maglia, quella partita, quel capitano hanno un posto sicuro in un posto lontanissimo ma che senti sempre qui vicino, proprio accanto, come si tengono le persone care, i ricordi e le cose più belle, gli odori da ragazzino. Agostino.

Paolo Castellani è il collezionista che per stile ha quella maglia. Perché lo stile è la fedeltà a un’idea, e Castellani è tanto romanista, fa precisamente parte di quella generazione che è rimasta a quella notte, in fila al botteghino da 26 anni per una partita che si deve ancora giocare: il punto più alto e più doloroso. Se l’è meritata. Ha cercato e comprato quella maglietta per quello stesso sentimento che conosce benissimo chi è della Roma. Bisogna parlare di lui non soltanto perché come una grande madre conserva questo vecchio cucciolo di tutti i tifosi della Roma, immacolato, tenero e fiero, ma perché a lui s’è rivolto Luca Di Bartolomei una volta messosi a conoscenza di chi “tenesse” quella maglietta. Lo spunto: la riedizione, dieci anni dopo la prima, del libro di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno, “L’ultima partita – vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”. C’è una prefazione che fa male. E’ un libro che fa rivivere.

Inizialmente l’appuntamento era per i primi giorni d’agosto, per un servizio in esclusiva sul Venerdì di Repubblica, poi è stato spostato al 23. Ore 16. Luca Di Bartolomei nemmeno ha chiesto a Paolo di portare la maglia per il semplice fatto che Paolo quella maglia ovviamente la riconosce come quella di Agostino. E Luca è suo figlio. Questa continua a essere una storia di padri e figli. Il 23 agosto 2010 alle 16 quando Paolo Castellani e Luca Di Bartolomei arrivano al Fulvio Bernardini di Trigoria ai cancelli c’è il figlio di Dante (Daje Roma daje) che chiede le generalità soltanto per il tempo del riconoscimento: «Mi scusi non l’avevo riconosciuta», dice a Luca con quel fare rispettoso, pudico e timoroso che hanno le persone bene educate a chi se lo merita (ben educate a questa storia). Anche Paolo è timido ed è rimasto d’accordo con Luca che la maglia a Totti l’avrebbe data Luca. Entrano a Trigoria e questo è un altro grande momento, perché Paolo chiede a Luca da quant’è che non lo fa – più che altro per alleggerire la sua di emozione – ma Luca gli risponde con un tiro da lontano: «Sono 19 anni». Una vita fa. Una vita veramente fa. Anche se il papà se ne era già andato dalla Roma. Diciannove anni sono esattemente gli anni passati con la Roma da Francesco Totti: è da lui che si deve andare.

Vanno, vicino al boschetto c’è un ragazzino biondo che gioca a pallone, ci gioca pure bene. Si chiama Cristian, il papà non è ancora arrivato. Eccolo. «Ciao Luca», fa con quel fare tutto suo e tanto romano. Saluta anche Paolo che a parte ricambiare la cortesia non proferisce altra parola perché il suo l’aveva da poco già fatto (il suo: questa è una specie di missione): mentre Cristian giocava a pallone aveva tolto dallo zainetto quella maglietta piegata con la cura che si può avere da 26 anni messi in un gesto e la dà. La dà. Se ne spoglia. A quel punto restano in tre in disparte: Luca Di Bartolomei, Francesco Totti e la Bianca Luce. Totti non se la mette. Guarda il numero e la ripiega, l’appoggia sulle spalle e non se la mette, la ripassa nella mano destra, nella sinistra. Sembra quasi prendere tempo. Prende tempo. Poi girandosi verso Vito Scala sussurra: «È pure per rispetto…».

Mentre la infila arriva un altro papà: il suo. Vincenzo, Enzo, detto da chi lo conosce lo Sceriffo. Sta lì per tenere a bada Cristian. Ci sono tre generazioni di romanisti in quel momento. C’è un figlio che sta ricordando il papà, un bambino che gioca biondo a pallone, un nonno che lo insegue, un tifoso che è il custode di tutta questa storia e un calciatore campione e capitano con una maglia bianca in mano. La indossa. E quando lo fa non è più il capitano della Roma che si mette la maglia della Roma, la sua divisa, anche per lavoro, no.

La Bianca Luce è l’unica maglia della Roma che Francesco Totti si è messo da tifoso. Lui che ha il record delle presenze, lui che gioca da quando il figlio di Di Bartolomei non entra aTrigoria, lui che quella notte si ricorda poco tranne il silenzio che gli stava attorno, lui capitano-padre e figlio ritrova lo spirito. Ed è bello pensare che questo sia stato un altro regalo di Agostino, perché Agostino ha fatto sempre grandi gesti di generosità quando giocava a pallone con la Roma. Ha fatto l’assist per il gol dello scudetto a Pruzzo a Genova, l’8 maggio, e quella notte segnò il rigore che in quel momento – il Liverpool aveva sbagliato – ci faceva campioni d’Europa. Quando ha saltato è andato a toccare un punto dove non siamo ancora arrivati. L’ha fatto sempre per noi. Era il suo modo di dare una mano, di stenderla, senza dire niente, senza bisogno di niente tranne quella maglietta della Roma. E’ stato – forse – anche il suo bisogno di chiedere aiuto e nessuno l’ha sentito, nè visto. Troppa luce.

06 Settembre 2010

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