Roma-Liverpool kolossal dell’anima

ago

Poco ricordo della quarta stagione conclusiva. In altri termini: del secondo supplementare. Non ne trovo traccia negli appunti presi da telespettatore. Tantomeno, in ciò che mi rimane di quanto visto dalla Tevere.

(Voce registrata di Pizzul: “Consulta, l’arbitro… fischia… rigori!”)

(Il Narratore posiziona in prima le sedie come fossero pali)

7,32. Non è un’ora, è una misura. L’ampiezza di una porta di calcio. Per 2,44. Su campi improvvisati, questa misura è simulata alla benemeglio da un solco tracciato col tacco piantato a vomero nel terreno camminando all’indietro. La linea di porta. La si crea, poi la si dimentica. Come in un campo vero. E’ solo quando si predispone a parare un rigore che il portiere la frequenta. Solo allora egli cerca di stabilire una confidenza con questa riga di gesso che altrimenti resta alle sue spalle, per lo più ignorata. Solo allora la calpesta, la saggia, vi struscia sopra con la punta dello scarpino, ne scalca qualche zolla, e, trovandovi asilo, finisce per iscriversi nel riquadro della porta sino a corrispondervi. E’ dalla linea che dovrà partire. Per obbligo di legge. Solo un penalty traduce la linea in luogo. Ed è qui, in questo luogo qui, che un portiere sogna le sue massime imprese. Qui, nel punto più equidistante da un palo e dall’altro.

(Di spalle) A gambe larghe, per aumentare il volume corporeo. Oppure strette, assottigliandosi, per tentare il balzo repentino. Comunque, al centro. A meno che non voglia azzardare uno squilibrio per ingannare il tiratore.

(Di nuovo fronte al pubblico) Se la furbata andrà a buon fine… applausi e abbracci, sennò, malgrado il bonus che gli è concesso sui rigori, c’è chi avrà a ridire… “A’ scemo!… Ma te sei messo tutto da ‘na parte, l’animaccia tua!”. Altra storia è quando ci si accinge ad affrontare non un singolo rigore decretato per un fallo in area, ma una serie. La serie ha una sua trama. Una sua drammaturgia. In questo caso, un portiere sa che buttandosi la prima volta da una parte mostrerà un atteggiamento che potrà essere supposto come replicabile o no. Addirittura, c’è chi stabilisce di non cambiare mai lato e di tuffarsi sempre a destra o a sinistra valutando: “Prima o poi, penseranno che cambierò!” Ma anche così il rischio della figuraccia è alto… … “Ah, scemo!… Cinque volte dalla stessa parte!… Ma nun l’hai capito che te se fatto capì, l’animaccia tua!?…” Questa la situazione vista dalla linea di porta. Poi c’è quella vista dal dischetto. Il concavo e il convesso.

(E mima a ridosso del dischetto) Partire col piede destro sapendo che il portiere sa che il piede con cui si parte è spesso quello con cui si tira; farlo credere, e poi tirare con l’altro… … occhieggiare un palo e cercare di spedire il pallone verso il lato opposto… … tirarla di nuovo al centro, come hanno fatto i compagni prima, convinto che il portiere si dica: “Di nuovo al centro no, non è possibile!” Trucchi. Non ci si gioca la vita, ma qualcosa sì. “Occorre la buona stella.”, dice Pizzul, che si dichiara un teorico dei rigori come lotteria. O forse, da vero esperto di calcio, non lo è affatto, ma vuole predisporsi a lenire le eventuali sofferenze di chi lo ascolta. Se le cose fossero andate diversamente, non dubito che avrebbe virato la buona stella in merito sportivo. Una telecronaca che sembra fatta da mio papà. Da un buon papà. Deglutisco. Ci siamo. Con me, lì, giovane, che ancora spero. E con me, qui, non più giovane, che so. E che di nuovo spero. Ho rivisto tutto. Il destino messo in ciclostile. Vi confermo che è andata proprio come è andata. Anche stavolta. E’ andata che tiraNicol, il ragazzino. Avanza verso l’area col pallone tra le braccia come portandolo da casa. Sparacchia alto.

Il Barone ha un ripensamento. Ferma Graziani, il primo della lista, e fa andare Di Bartolomei. Si fida di più: meglio cominciare bene. E il capitano segna portandoci in vantaggio. Due a uno.

Per 52 secondi siamo campioni d’Europa. Scrive Shakespeare: esiste una speciale provvidenza anche per la morte di un passero. Così come da qualche parte, immagino, esiste una coppa per quei 52 secondi. La Coppa di Agostino. Solo sua. Sul dischetto, Neal. Gol. Di nuovo a noi. Grobelaar, temprato dalla guerriglia nella jungla, avverte i battiti del cuore di Bruno Conti. Morde la rete, si gira e sculetta. I calzoncini rossi esaltano la frivolezza di quel gesto che si espande a occludere tutta la porta. Non c’è più spazio, tranne quello attorno. Accomodarsi, prego. E’ lì che finisce la palla. Ahiaiahiahiahiahiai, geme il nostro Senofonte. Geme da solo, ma come gemendo in coro. Terzo dei rossi, Souness piazza un rigore magnifico. Nel sette alla sinistra di Tancredi. Un pallone a cui si chieda di indicare il sette della porta, dovrebbe fare come ha fatto quello… … “Eccolo il sette!… Qui dove sono io, vedete?…”

Righetti ci tiene a galla. La mette dentro alla faccia di Grobelaar, che non ci pensa neanche per idea a tentare la parata. Lui pensa solo a far sbagliare. La piccola/grande impresa di Ubaldo Righetti è rimasta un po’ nascosta nel fluire dei fatti, ma c’è.

Appresso. Rush… come il fruscio teso e secco del rasoterra che spiazza Tancredi. Tre noi, quattro loro. Ora tocca a Graziani recuperare le fila del gesto interrotto un paio di minuti prima. La testa è catafratta. Oltretutto, ha già visto in che modo il suo amico Bruno sia stato messo nel sacco da quel geniale pagliaccio in maglia verde. Si fa il segno della croce, il che non è un buon segno, e pensa: “Lontano da lui, ma più dentro.” Così sarà, ma non abbastanza dentro. Il cuoio raggiunge la porta, la tocca, la scansa e non vi entra. Grobelaar ha fatto come Michael Chang che, in una finale del Roland Garros contro Lendl, si giocò il match point piazzandosi addosso alla rete su servizio del ceko. Questi sollevò gli occhi e vide dinanzi a sé la muraglia cinese. Gli sarebbe bastato un pallonetto da principianti per superare quel piccolo provocatore, ma la muraglia era stata eretta anche nel suo cervello, l’idea non gli venne e battè fuori. E’ lo showdown.

Alan Kennedy. Va, e fa… … suggellando una storia altrui che esclude la nostra, laddove la nostra è una storia che ci contempla come una massa di creature sole eppure insieme, strette in un silenzio che diventa un angolo da cui vediamo procedere il mondo al di là di noi, senza di noi, rimasti da un’altra parte a urlare, in quel silenzio infranto… … Ro-ma! Ro-ma! Roma!…
(Il Narratore si sfila la vestaglia e la lancia in quinta)

Incitando chi?… A partita finita, chi?
(Solleva il disco da terra)

Nel cielo ora sì che si è alzata la luna. Nel cielo appare, il cielo la inghiotte.
(Sfila di dietro il disco bianco, tenuto sollevato, un disco nero che fa scivolare lentamente sul primo a simulare un’eclissi, sino a sovrapporvelo del tutto) Eclissata. Peraltro, fu davvero giorno di eclissi.

(Riposiziona in terra il disco, dove si trovava)
L’eclisse del disco di rigore. Di notte mi telefona Betti che mi dice… … “Dai, vincerla così, non sarebbe stato come vincerla per davvero.” L’ha vista, e mi ha immaginato. Usa la parola ‘insieme’… … “Come se l’avessi vista insieme a te.” Ma mi interessa più quello che ha detto prima: “Vincerla così, ecc. ecc.” Socchiudo gli occhi. Tendo un angolo delle labbra. Penso con forza… … “Ripetilo! Convincimi!” Mi parla con tenerezza. Ribadisce la sua tesi. Sostiene di ammirarmi come sconfitto. In qualche modo, si sente sconfitta anche lei. Parliamo parecchio, ma la cosa su cui insiste è sempre quella… … “Vincerla così, non sarebbe stato come vincerla per davvero.” Sicché, neanche perderla così è stata un perderla per davvero. Ci ragiono. Ho cominciato a ragionarci allora e non ho mai smesso di farlo. Le debbo questo dono. E’ valsa la pena che non sia venuta. Mi avrebbe visto fare l’esagitato. Avrebbe visto me, non la partita. Così, invece, ha potuto dirmi: “Non sarebbe stato come vincerla per davvero.”, aggiungendo… … “E non tanto perché c’entri la fortuna!” E allora perché?…… “Pensaci. Secondo me non è per questo.” Mi ha costretto a darmi una risposta. Anni e anni dopo, è un merito che le ho potuto riconoscere il giorno in cui, trovandomi a Milano per lavoro, sono andato a via Turati per salutarla.

Era di passaggio nella sua città per caso. Si era trasferita in America da tempo.Betti… una grande esperta di calcio. Un grande mister. Mi ha fatto capire che la lotteria dei rigori non è per niente una lotteria. E’ un altro sport.

Ad esempio, non c’è contatto. Come nel baseball: il territorio viene spartito fra colui che difende e colui che attacca. Baseball… sport americano. Che ci frega a noi del baseball!?…

Non solo!… I rigori in sequenza producono una serie di microgesti compressi la cui sveltezza non può negare la loro difficoltà tecnica. A tal punto che a vincere sono quasi sempre i più forti, altro che lotteria! A vincere è quasi sempre la squadra provvista dei giocatori più temprati, più esperti. Contro il Liverpool, piaccia o no, fu così. Sapevamo che razza di potenza fossero i reds, ma abbiamo comunque presunto di potercela fare. Il calcio consente questa speranza: che il più forte venga messa sotto. Una speranza che i rigori smorzano negando un tratto che è nella natura del gioco. Non per nulla i rigori di una serie non aumentano lo score di chi li segna. Tanto che Rush è rimasto a 49. Non per nulla sulla copertina della cassetta che mi è toccato rivedere, questa!, c’è la specifica: ‘Roma-Liverpool 3-5’ d.c.r. – dopo calci rigore. Una sigletta che sa di burocrazia. Ergo: noi abbiamo lasciato la Coppa a una squadra probabilmente più forte della nostra, ma gliel’abbiamo lasciata non giocando a calcio, ma a un altro sport. A uno sport americano. Piccola consolazione?… Vabbè, sì. Piccola no, però. Di Falcao non ho detto. Lui è brasiliano. Non è fatto per sport americani, che tanto poco si adeguano a essere chiamati giochi. ‘Il gioco del baseball’… non suona.

Valichiamo l’estate. 14 ottobre ‘84. Stadio: San Siro. Vedo Agostino, in rossonero, esultare dopo averci segnato. Mi fanno ridere, oggi, le espressioni contrite degli ex quando castigano la loro vecchia squadra. Cosa ha tolto quell’esultanza di Ago al suo essere romanista e amato dai romanisti? Niente. Cosa ha tolto, invece, il calcio a lui? “Adesso che sono un ex, non ho più frecce al mio arco. – ve lo ricordate Astutillo Malgioglio?… – Quello del calcio è un mondo senz’anima. Gira solo intorno a se stesso e ai suoi piccoli drammi della domenica. E quando smetti, si spengono le luci. Nessuno si ricorda più di te.” Gli ha tolto la sua curva. Gli ha tolto la possibilità di vivere insieme ad altri, insieme a noi, ai suoi compagni, la presenza di una data in cuore. Quel 30 maggio Agostino se l’è portato dentro per sempre.

Penso al taciturno ricorrere, mai innocuo, di ogni compleanno… … alla tristezza di viverlo da solo, fino a quando, insostenibile, è scoccato il decennio. Quale matematica si mescola alle nostre carni?…… Quale linguaggio opera il maturare dei numeri dentro di noi?…… Un calendario che, nel profondo dell’anima, si fa démone, e guai se nulla lo contrasta. Sarà sempre lì, pronto ad emergere. Ricordo una frase di Marisa, la moglie, madre di Luca, il figlio… … “Ai parenti di un suicida tutti chiedono ragione di un mistero che innanzitutto è un mistero per loro stessi.” Morto non lontano da Salerno, Agostino Di Bartolomei è morto qui. In una data che resta qui. La sua morte fa parte di questa città, come ne fa parte quella finale, come ne fa parte il travertino, come le onde del Tevere. Come le sue strade dissestate. Come tante bellezze sdrucite. Come tante bellezze troppo belle. (Va in quinta. Recupera un fascicolo di Tuttocittà) Roma. Ecco Roma. Senza l’articolo, che per noi è implicito. (Sfoglia) Da una tavola all’altra, qui c’è tutto. Un gran bel libro, direi. (Cerca qualcosa) E sì… e già… 45-D3. (Mostra) E’ qui.

Cosa?… Un punto della città, ovviamente. Vedete?… E’ qui. Segnatevi le coordinate, così una volta a casa potrete controllare di che si tratta. (Fa per andare) No… vorrebbe dire fare lo spiritoso, e io non voglio fare lo spiritoso. (Mostra di nuovo il fascicolo aperto) Tavola 45… D3. Viale Agostino Di Bartolomei. 00183… Roma.

Dall’Atto Unico di “Dieci partite”, Roma-Liverpool di Giuseppe Manfridi

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