La Domenica del Romanista

La sigla de “La Domenica del Romanista” in onda ogni domenica dalle 10 alle 14, anche su Roma TV, Canale 213 Sky

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Il 26 giugno dell’84 l’ultima partita di Ago con la maglia della Roma

Roma-Verona, 26 giugno 1984, ritorno di finale di Coppa Italia. L’ultima partita di Agostino Di Bartolomei con la Roma. L’ultima partita di Nils Liedholm prima di tornare al Milan e dopo aver fatto giocare a zona un sogno per cinque anni. La quinta Coppa Italia, alzata con due braccia e tenuta con una mano dal Capitano prima dell’ultimo giro di campo finito sotto la Sud.

Tutto troppo poco per quella Roma che aveva quasi preso con tutta se stessa la Coppa dei Campioni, e troppo poco per tutto. Se n’era andato il sogno. Se ne stava andando la Roma da lui. Lui da noi. A maggio, Roma-Verona era stata anche l’ultima partita in campionato della Roma prima della finale col Liverpool, divenne l’ultima in assoluto come a eternare un momento a venire. Come a dire: la rigiocheremo. Lo rivedremo. Tra i tanti striscioni quella sera in Sud ce n’era uno che recitava così: “Agostino: il nostro non è un addio… Ciao campione”. E invece la Sud quella volta si sbagliò. Ma come fai a non sbagliarti in occasioni del genere? Come fai ad alzare una coppa quando hai perso La Coppa? Come fai a salutare il tuo Capitano per sempre? Quel giorno i ragazzi della Curva Sud riuscirono a far avere tramite Peppe Giannini una lettera per Agostino Di Bartolomei. Quella lettera, scritta da Ludovica, venne pubblicata sul Corriere dello Sport per quella finale. Eccone un pezzo:

“E’ difficile pensare che oggi sia il giorno del saluto… Come facciamo ad immaginarti con un’altra maglia uscire dal tunnel dell’Olimpico? Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere, quanto l’abbiamo apprezzato…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”, quella grinta, quell’abnegazione, quella volontà… ci saranno d’aiuto ovunque. … Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido ma pieno di gratitudine… senza troppe scene, sincero con i tuoi tifosi. Sei stato un maestro per noi, in campo e nella vita, ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, ci hai fatto sentire orgogliosi di essere romani e romanisti, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Ci sembra anche stupido farti gli auguri per la tua nuova squadra, che senso avrebbe? Forse ancora non ci crediamo, non vogliamo crederci, non possiamo farlo… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere sotto di noi, rideremo e piangeremo tutti perché avremo avuto un grande uomo che ci ha voluto bene. Tutti i ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud”.

Quella sera Ago non segnò, e nemmeno sorrise perché quando alzò la Coppa aveva una specie di ghigno. Era il momento dell’addio. I 90′ prima più di un trofeo significavano solo il tempo da rubare al tempo. Più che una finale, il preludio del Finale.  La partita fu anche abbastanza noiosa, relativamente tesa ma nemmeno difficile, con la Roma che in gol al 28′ del primo tempo per un’autorete di Ferroni e che nella ripresa – grazie anche all’espulsione dell’ex Iorio che stava per ritornare alla Roma – controlla l’1-0 buono la coppa visto l’1-1 dell’andata. Della partita l’episodio più curioso avvenne a dieci minuti dalla fine quando – platealmente – Paulo Roberto Falcao bloccò la sostituzione di Pruzzo con Vincenzi decisa da Liedholm. Il giorno dopo i giornali criticarono questa specie di insubordinazione non vedendo l’uovo di Colombo: Falcao stava già prendendo il posto d Liedholm che aveva deciso di andarsene. Falcao era sempre stato l’allenatore in campo. “Mi dispiace, io ho fatto una scelta, finisce una storia e se ne apre un’altra”, disse Liddas lasciandosi con un addio più morbido rispetto a quello che Agostino invece dovette subire. Non rientrava più nei piani della società. Non rientrava più con la Roma. Stava uscendo infilandosi nel tunnel. Quel Roma-Verona 1-0, quinta orgogliosa Coppa Italia della nostra storia rimarrà per sempre l’ultima partita di Ago con la Roma, cioè rimarrà per sempre la partita che non sarebbe mai dovuta arrivare. Né giocare. Quando entrò in campo Agostino si girò come sempre verso la Sud e lesse questo striscione rimasto famoso: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva”. L’ho sempre amato questo striscione, ma anche questo adesso capisco che era sbagliato: la Roma ad Ago non gliela toglierà mai nessuno.

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55 Secondi

“…Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere…

Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l’inizio? (…) Il Trenta Maggio è una ferita che non si rimarginerà mai perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l’amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita, di sbeffeggiarla. Quantomeno lo deve al nostro Capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano lo sarà per sempre. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete l’attaccamento che può nascere da una perdita? E’ la vita che lo insegna e il TrentaMaggio è un giorno della nostra vita. Non l’abbiamo persa quella partita, contro l’avversario più grande, fino all’ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90′ e poi dopo 120′. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera abbiamo perso la Coppa ai rigori. Roma-Liverpool 3-5 dcr, Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c’è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un’immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c’è qualcosa di più grande.

Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande.

Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l’ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un’altra versione. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d’inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l’altro prima di fare quel coro. “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostro ricordi? Per quelle notti? Per Katsche? Per l’Atletico? Per il Borussia? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo “Roma! Roma! Roma!”. Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma. “Roma! Roma! Roma!”. Roma mia. T’ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce lo ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c’è vittoria che t’appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per 55 secondi. Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno.

Voglio vederlo sorridere. Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. (…). Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d’angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c’era lui in campo io avevo meno paura. Se c’era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte Lui ci ha fatto campioni d’Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. E’ un vanto. E’ un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. Adesso che sono diventato padre Agostino Di Bartolomei è ancora più un esempio. Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene. E’ l’unica cosa che posso fare (…)

…E quando saremo felici, io quel giorno vorrò allo stadio gli “olè” per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… uno un po’ più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c’era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita.

Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c’è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l’ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare”.

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(Da “55 secondi”, 2014)

Commozione, sani valori e un calcio di qualità aprono il Trofeo città di Rocca di Papa in ricordo di “Ago”

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Poche parole, stringate ma cariche di significato, che denotano la pesantezza di un argomento che non si vorrebbe mai toccare, tanto meno di fronte a un nutrito pubblico, e che hanno stretto a molti un nodo in gola quando Luca ha esordito nel suo discorso dicendo di non aver mai perdonato fino in fondo suo padre, l’indimenticato Agostino di Bartolomei, storico capitano della Roma che decise di togliersi la vita nel 1994. All’epoca aveva solo 11 anni.

Ed ora, oltre trentenne, Luca ha in mano un lascito inestimabile per tutto il mondo sportivo contenuto nel volume “Il manuale del calcio“, scritto da “Ago” e pubblicato solo postumo, quando la famiglia ebbe il coraggio di riaprire dolorosi cassetti.

La sua presenza a Rocca di Papa, alla presentazione ieri del 12esimo Trofeo Città di Rocca di Papa della società Canarini, intitolato proprio a Agostino, alla presenza di tanti giovani calciatori, ha avuto dunque un significato profondo e commovente.

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“Sono orgoglioso di questa vostra decisione – è stato il commento del figlio – e l’augurio che posso fare ad ognuno di voi è di giocare per divertirvi, perchè il calcio è semplicità e divertimento”. Proprio questa frase è uno degli insegnamenti che stanno alla base del manuale di Agostino, che prova a rimettere ordine in uno sport fin troppo chiacchierato, riportandolo ai sani valori e principi.

A iniziare l’incontro è stato il sindaco di Rocca di Papa, Pasquale Boccia che ha voluto ringraziare la società di calcio di Rocca di Papa per i traguardi raggiunti e per le tante iniziative messe in campo per i giovani, per offrire un calcio di qualità. “Ripartiamo dai valori del calcio – ha detto l’assessore Silvia Marika Sciamplicotti, anche lei presente al tavolo dei relatori -. Così come un tempo si giocava a calcio per le strade cittadine, ora bisogna fare l’inverso e far uscire il calcio dai campi per riportarlo in strada e contagiare positivamente la cittadinanza, attraverso questi appuntamenti”.

“Dobbiamo dare ai nostri ragazzi esempi giusti e valori da seguire” ha sottolineato il delegato allo Sport, Antonio Gentili.

“Abbiamo all’incirca 890 ragazzi dagli 8 ai 13 anni, coinvolti nel torneo e tantissime partite in programma che coinvolgono molte società calcistiche del panorama romano – ha detto il presidente della Canarini, Gennaro Draicchio  –, e tutto questo è possibile solo grazie all’impegno di tutto il mio staff e dei tanti genitori che si supportano”.

Presente anche il comandante dei carabinieri Giovanni De Fabrizio che ha anticipato i futuri incontri con i ragazzi sui temi del bullismo ed altro.

All’incontro non è mancato Giampiero Gentilini, allenatore della Nazionale dilettanti, dal trascorso calcistico altisonante, che da giovane ha lasciato Rocca di Papa per rincorrere un pallone e che ha avuto modo di ascoltare gli insegnamenti di Agostino dal vivo.
A voler portare il proprio contributo alla memoria di Agostino di Bartolomei sono stati anche lo scrittore e giornalista Mauro De Cesare e il conduttore TV Antonio di Bartolo.

Il torneo di svolgerà  dal 12 maggio al 19 giugno ed il 18 maggio al campo sportivo “L.Gavini” verrà inaugurato unmonumento alla memoria di Di Bartolomei, contenente un’opera inedita dell’artista irlandese Barry Masterson.

“Memorial Di Bartolomei”, sabato la presentazione del torneo giovanile dedicato ad Agostino

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In ricordo di un grande uomo ed un grande campione. Il 12° Trofeo Città di Rocca di Papa, evento calcistico organizzato dalla società Canarini Rocca di Papa, diventerà in questa edizione 2016 il ‘Memorial Agostino Di Bartolomei” Sabato 16 Aprile, alle ore 11.00, presso il Teatro Civico della cittadina castellana sito in Via San Sebastiano 20, avrà luogo la conferenza stampa di presentazione dell’evento, patrocinato dal Comune di Rocca di Papa.

La manifestazione vedrà la partecipazione di tante squadre giovanili del territorio laziale. In occasione della presentazione dell’iniziativa, a cui interverrà Luca Di Bartolomei, figlio del Capitano della Roma del secondo scudetto, verranno illustrati i dettagli del torneo di calcio – che avrà la sua conclusione il 19 Giugno – e presentato il libro ”Il Manuale del Calcio”.

Il volume è una testimonianza importante su filosofia di gioco, tecniche e schemi di calcio in un compendio di idee, sensazioni e riflessioni nate dalla testa e dal cuore di Agostino, uno dei giocatori più amati ed importanti della storia del football italiano. La Canarini Rocca di Papa ha inoltre deciso di dedicare all’indimenticabile ”AGO” un monumento che verrà inaugurato al Campo ”Lionello Gavini” e posto accanto a quello voluto nel lontano 1978 per conservare la memoria di Tommaso Maestrelli, mister del primo scudetto della SS Lazio.

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La società Canarini, con questo Memorial, prosegue infatti il percorso che pochi mesi ha portato la società non solo a ricollocare e riqualificare il ricordo del leggendario allenatore biancoceleste, ma anche a dare il via ad una serie di appuntamenti che   vogliono inserire la cultura sportiva all’interno di un programma sociale più vasto in favore della nuove generazioni.

“Proprio aver pensato a Di Bartolomei per il Torneo cittadino di quest’anno e la realizzazione del   monumento in suo onore è una volontà che nasce dal recupero delle personalità sportive che   hanno saputo non solo regalare gioie ed emozioni sul campo, ma anche comportamenti esemplari   per ricordare che lo sport è amicizia, condivisione, divertimento, lealtà, regole e sana   competizione.”  Appuntamento dunque il 16 Aprile 2016 alle ore 11.00 al Teatro Civico di Rocca di Papaper l’inizio   di una nuova splendida avventura tra memoria e impegno.”

C’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere

“C’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere.
Era il tempo in cui c’era il sole e le bandiere sventolavano al cielo senza coperture.
Alzavi gli occhi gonfi di quei colori e ti sentivi parte di una comunità mai vista.
Il tempo non passava mai. Stiamo lì da sempre.
C’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere perché con quel potere ha detto ti amo.”

Prima edizione del torneo “Coppa Ago” in ricordo di Agostino di Bartolomei

È questa la grandezza del suo discorso silenzioso che ancora ci parla: ha confuso i pronomi. E la cosa più bella non è che tutto questo si ripete continuamente, ma è  la speranza che tutto questo possa ripetersi. Agostino non dev’essere un discorso già fatto, ma il discorso da fare. Ago vive quando se ne parla e nell’esempio che ha dato. Ago vive ogni volta che si fa rivivere, ma non deve essere una moda o un fatto scontato. Ago vive non tanto quando oggi ne celebriamo un compleanno che per forza ci fa male, ma nei ragazzini che al Torneo Agostino Di Bartolomei a giugno dell’anno scorso si sono messi a cantare “oh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino go” insieme con i ragazzi della Sud che stavano al campo Di Bartolomei. Agostino rivive nei fiori che i ragazzi hanno dato alla moglie Marisa. Ago rivive nei fiori, soprattutto in quelli senza vaso.

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Ago vive nella bandiera che Franco Tancredi ha sventolato sotto la Sud nel giorno della hall of fame, nella commozione di Francesco Totti e Daniele De Rossi nel giorno in cui a Trigoria è stato inaugurato il campo Agostino Di Bartolomei. Vive nel nome di quel campo e in tutti i campetti senza nome, soprattutto in quelli di periferia dove regna ancora “amicizia e aiuto reciproco” e si prende a pallonate l’indifferenza. Agostino c’è stato prima e dopo perché continua a esserci anche adesso che non c’è più. Agostino di Bartolomei è stato e ci ha portato al punto più alto quando quella notte di maggio del 1984 è diventato luce e con quella maglietta bianca ci ha portato in vantaggio contro il Liverpool. Allo Zenit e poi ne abbiamo visto il tramonto. È stato come aver visto il Sole scegliere di morire. Dieci anni dopo. E questo è l’errore, il nostro, non il suo. Di tutti.

E allora forse scrivere e dire che Agostino Di Bartolomei ha amato la Roma persino più della sua vita, che sicuramente per la Roma ci ha vissuto, che quella mattina di merda ha lasciato una foto della Sud contro il Liverpool con un volo di colombe, che un tifoso della Roma non lo deve dimenticare mai, che deve riuscire a capire come e quanto ci ha dato, sarà forse un errore, ma è l’unica cosa che possiamo e che soprattutto dobbiamo fare.

Anche perché al suo confronto ci potevamo solo sbagliare.

Sei stato troppo amore Ago.

Auguri Capitano mio».

Così la Roma, tramite le parole di Tonino Cagnucci, ricorda Agostino Di Bartolomei capitano del secondo scudetto giallorosso.

“Auguri Ago, Capitano mio” perché per la sud sarà sempre il Capitano dei capitani, parte di Roma e della Roma, la stessa dalla quale a un certo punto è stato separato senza separarsene mai del tutto. Agostino Di Bartolomei la Roma ce l’ha sempre avuta a cuore, lo stesso cuore che non ha retto la solitudine e l’indifferenza nella quale il mondo che lo aveva reso grande ad un certo punto ha smesso di cercarlo e di volerlo. Il vuoto, nel quale si è ritrovato, l’ha risucchiato fino a renderlo fragile e solo al punto da convincersi che a colmare quell’immenso vuoto ci fosse soltanto una soluzione: una pallottola sparata dritta al petto. Avrebbe compiuto 61 anni se solo non fosse andata così quel lontano 30 maggio di ventidue anni fa, eppure, nonostante il tempo trascorso da quel tragico giorno, il mondo del calcio si stringe ancora all’unisono di un ricordo potente tanto quanto il suo tiro.

Per commemorare l’anniversario della nascita, oggi,  Tor Marancia si è disputata la prima edizione del torneo “Coppa Ago”, in palio la “Junior Cup” conquistata da Agostino con la scuola Borromini nel 1972 ad appena 18 anni, coppa ritrovata negli archivi del Borromini stesso. Protagonisti due licei: Il Caravaggio (che ha inglobato il Borromini) e il Socrate. Il vincitore del torneo custodirà la coppa fino al prossimo anno.

La “Coppa Ago” Di Bartolomei ai ragazzi del liceo Socrate

Di Bartolomei

Il ricordo di Agostino di Bartolomei torna a vivere sul campo dei suoi primi passi. Al Wellness town di Tor Marancia, che ai tempi si chiamava Omi, è stata assegnata ieri la prima “Coppa Ago”, giocata nel 61esimo anniversario della nascita del campione scomparso 22 anni fa. Un’idea nata dopo il ritrovamento negli archivi della scuola frequentata da Di Bartolomei da ragazzo, il Borromini, di una coppa vinta da lui e dalla sua classe nel ‘72. Davanti a alcuni ex compagni e al presidente del Municipio, Catarci, il trofeo è stato messo in palio tra due licei, il Caravaggio – che ha assorbito il vecchio Borromini – e il Socrate. In campo con divise regalate dalla Roma, il Socrate ha vinto per 1-0 partita e coppa. Che tra un anno sarà rimessa in palio nel nome di Ago.

Socrate Boys

La Coppa Ago

La squadra vincitrice

La Roma ricorda Di Bartolomei: “Auguri Ago, Capitano mio”

CAMPIONATO DI SERIE A 2014/2015

Il capitano del secondo scudetto giallorosso, morto nel 1994, oggi avrebbe compiuto 61 anni: «Per sempre Agostino»

Buon compleanno Ago. Avrebbe compiuto 61 anni oggi, Agostino Di Bartolomei,  capitano del secondo scudetto romanista. Per ricordarlo, ci sarà questa mattina a Tor Marancia una commemorazione che coinvolgerà i ragazzi di due licei: il Caravaggio e il Socrate. In palio c’è la Junior Cup conquistata proprio da Agostino nel 1972: chi vince custodirà la coppa fino al prossimo anno. La Roma, in questo giorno speciale, ha dedicato una lettera a firma di Tonino Cagnucci, all’indimenticato Agostino Di Bartolomei. Eccola:

«È quasi un errore scrivere oggi di Agostino Di Bartolomei. Perché se è sempre vero che in ogni circostanza di commemorazione c’è il facile rischio della retorica, per Agostino che è stato l’uomo senza retorica è ancora più vero. L’uomo in più per Sorrentino – il film che gli ha dedicato il regista – e per noi – la vita che ci ha dedicato lui.

Un uomo senza posa, ma con la faccia tirata in una smorfia in una punizione con la doppia b da Dibba con la gamba perpendicolare al terreno, tirando via insieme al pallone tutto quello che c’era dietro e che spesso nascondeva. Apposta partiva così forte. Era la bomba di Ago. Il troppo che aveva dentro. Non il fiore, ma il vaso di fiori che tirò nel giro di campo di Roma-Torino e di cui ancora ne raccogliamo i cocci.

La pezza che ci è arrivata tutta insieme in una mattinata di maggio, la stessa data di quella notte, ma altre lacrime e preghiere. La smorfia che aveva quando ha abbozzato un sorriso alzando la Coppa Italia contro il Verona il 26 giugno 1984 perché era l’ultima cosa che stava facendo con la sua Roma. E nessuno di noi sapeva che non sarebbe più tornato. La Sud quella sera aveva scritto uno striscione: “Arrivederci Campione”. Ma non ci siamo più rivisti. È stato un errore persino quello.

“Ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, in campo e nella vita, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma…” gli scrissero i ragazzi di Roma – che all’epoca erano tutti quelli del Commando – in una lettera fattagli avere prima di quell’ultima partita e prima di srotolare un altro striscione: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva”.  Persino quello è un errore: la Roma a Di Bartolomei non gliela toglierà mai nessuno, ma lo abbiamo capito solo dopo che si è tolto la vita. E’ quasi un errore scrivere di Agostino Di Bartolomei perché la cosa giusta sarebbe solo viverlo. L’errore è stata l’indifferenza che c’è stata intorno a lui dopo che ha smesso di giocare a calcio, ma anche dopo che era stato mandato via dalla Roma (lui non se ne sarebbe mai andato via, e quell’esultanza col Milan è solo un’esultanza contro l’indifferenza). In una intervista fattagli da Enzo Tortora su un numero del mitico Intrepido del 1980 Agostino racconta di avere due sogni: “Lo scudetto che prima o poi arriverà, e che periferia significhi ancora amicizia e aiuto reciproco, mentre l’indifferenza verso gli altri regna sovrana…”. Difficile commentare. Forse più facile capire cosa ha provato quando si è trovato lui alla periferia degli interessi e dei ricordi, incapace di chiedere aiuto e di vendersi visto che aveva sempre aiutato tutti e non si era mai venduto a nessuno. Era così il nostro Capitano. Era il Capitano. Se Dino Viola ci ha insegnato a scrivere Roma in maiuscolo, Di Bartolomei è stato il carattere di quel testo. E il significato. Se Dino Viola a Genova l’8 maggio 1983 ha detto che “la Roma dopo 41 anni è uscita dalla prigionia del sogno” Agostino Di Bartolomei è quello che ha scardinato la prigione. Con una pallonata. Con un cazzotto tirato al cielo a Pisa.  Con una punizione.

Agostino Di Bartolomei è l’unità di misura della nostra storia. In lui non c’è solo la Roma più bella dell’Olimpico col sole, ma c’è pure quella di Testaccio, quella orgogliosa che torna in serie A, a Verona, quella che va in serie B una volta e per questo non si discute ma si ama. La Roma che diventa campione d’Italia allo Stadio Nazionale nel 1942 e che allo stadio Nazionale/Torino ultima in classifica a quattro giornate dalla fine viene tifata sugli spalti da Anna Magnani nel 1951. Perché quand’è così, quando sta male, Roma ha bisogno di Roma.

Ad Agostino a un certo punto è mancata Roma e nessuno gliel’ha data. Poche facce raccontano l’autenticità di Roma come quelle di Anna Magnani e di Agostino Di Bartolomei. La sua verità e anche la sua sofferenza. La sua enorme bellezza e persino la sua più grande sfibrata generosissima passione.  La troppa vita che c’è in quei  volti. Agostino Di Bartolomei  è stato la Roma che ogni volta quando è stata forte ha avuto il suo ottavo  Re di Roma (Amadei, Rocca, Pruzzo, Falcao…) e anche quella che in serie B ha avuto Tre Re come Capitano. La Roma dei Capitani. La Roma dei signori e dei popolani. La Roma delle periferie e dei sovrani. La Roma dei Romani. Agostino Di Bartolomei è in tutto questo. Lo ha nei tratti, ma senza mezzo stereotipo, senza mezzo “aho”.

 

È il capitano dei nostri capitani. È il centro di una coreografia perfetta della Curva Sud. E non è solo un modo di dire: al centro di tutti quei Figli di Roma, Capitani e Bandiere che resteranno il nostro vanto e che nessun altro potrà mai avere, i ragazzi di Roma l’11 gennaio 2015 (più di trent’anni dopo Ago, più di vent’anni dopo Ago…) c’era Agostino Di Bartolomei. Al centro della Curva così com’era al centro del campo. “In campo e fuori a incarnare i sogni di tutti i ragazzi di Roma”. Al centro del cuore. C’è sempre un Ago lì al fondo, dove appuntare uno striscione, un pianto, una bandiera, il nostro ricordo e il nostro destino: è lui che ci obbliga a tornare a quella notte. Sì, sì, non abbiamo scelta. Glielo dobbiamo. Lo dobbiamo a lui e lo dobbiamo a noi.

È questa la grandezza del suo discorso silenzioso che ancora ci parla: ha confuso i pronomi. E la cosa più bella non è che tutto questo si ripete continuamente, ma è  la speranza che tutto questo possa ripetersi. Agostino non dev’essere un discorso già fatto, ma il discorso da fare. Ago vive quando se ne parla e nell’esempio che ha dato. Ago vive ogni volta che si fa rivivere, ma non deve essere una moda o un fatto scontato. Ago vive non tanto quando oggi ne celebriamo un compleanno che per forza ci fa male, ma nei ragazzini che al Torneo Agostino Di Bartolomei a giugno dell’anno scorso si sono messi a cantare “oh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino go” insieme con i ragazzi della Sud che stavano al campo Di Bartolomei. Agostino rivive nei fiori che i ragazzi hanno dato alla moglie Marisa. Ago rivive nei fiori, soprattutto in quelli senza vaso.

Ago vive nella bandiera che Franco Tancredi ha sventolato sotto la Sud nel giorno della hall of fame, nella commozione di Francesco Totti e Daniele De Rossi nel giorno in cui a Trigoria è stato inaugurato il campo Agostino Di Bartolomei. Vive nel nome di quel campo e in tutti i campetti senza nome, soprattutto in quelli di periferia dove regna ancora “amicizia e aiuto reciproco” e si prende a pallonate l’indifferenza. Agostino c’è stato prima e dopo perché continua a esserci anche adesso che non c’è più. Agostino di Bartolomei è stato e ci ha portato al punto più alto quando quella notte di maggio del 1984 è diventato luce e con quella maglietta bianca ci ha portato in vantaggio contro il Liverpool. Allo Zenit e poi ne abbiamo visto il tramonto. È stato come aver visto il Sole scegliere di morire. Dieci anni dopo. E questo è l’errore, il nostro, non il suo. Di tutti.

E allora forse scrivere e dire che Agostino Di Bartolomei ha amato la Roma persino più della sua vita, che sicuramente per la Roma ci ha vissuto, che quella mattina di merda ha lasciato una foto della Sud contro il Liverpool con un volo di colombe, che un tifoso della Roma non lo deve dimenticare mai, che deve riuscire a capire come e quanto ci ha dato, sarà forse un errore, ma è l’unica cosa che possiamo e che soprattutto dobbiamo fare.

Anche perché al suo confronto ci potevamo solo sbagliare.

Sei stato troppo amore Ago.

Auguri Capitano mio».

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“Caro Ago,

è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto – scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone – che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.

In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.

Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima.

Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.

Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che – forse perché negata – avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco.

Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.

Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano – a riguardarla adesso quella serenità – ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio?

E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato. Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno. Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera. Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola. Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio. Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.

Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.

Luca”

(La prefazione scritta da Luca Di Bartolomei per il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno)