La “Coppa Ago” Di Bartolomei ai ragazzi del liceo Socrate

Di Bartolomei

Il ricordo di Agostino di Bartolomei torna a vivere sul campo dei suoi primi passi. Al Wellness town di Tor Marancia, che ai tempi si chiamava Omi, è stata assegnata ieri la prima “Coppa Ago”, giocata nel 61esimo anniversario della nascita del campione scomparso 22 anni fa. Un’idea nata dopo il ritrovamento negli archivi della scuola frequentata da Di Bartolomei da ragazzo, il Borromini, di una coppa vinta da lui e dalla sua classe nel ‘72. Davanti a alcuni ex compagni e al presidente del Municipio, Catarci, il trofeo è stato messo in palio tra due licei, il Caravaggio – che ha assorbito il vecchio Borromini – e il Socrate. In campo con divise regalate dalla Roma, il Socrate ha vinto per 1-0 partita e coppa. Che tra un anno sarà rimessa in palio nel nome di Ago.

Socrate Boys

La Coppa Ago

La squadra vincitrice

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La Roma ricorda Di Bartolomei: “Auguri Ago, Capitano mio”

CAMPIONATO DI SERIE A 2014/2015

Il capitano del secondo scudetto giallorosso, morto nel 1994, oggi avrebbe compiuto 61 anni: «Per sempre Agostino»

Buon compleanno Ago. Avrebbe compiuto 61 anni oggi, Agostino Di Bartolomei,  capitano del secondo scudetto romanista. Per ricordarlo, ci sarà questa mattina a Tor Marancia una commemorazione che coinvolgerà i ragazzi di due licei: il Caravaggio e il Socrate. In palio c’è la Junior Cup conquistata proprio da Agostino nel 1972: chi vince custodirà la coppa fino al prossimo anno. La Roma, in questo giorno speciale, ha dedicato una lettera a firma di Tonino Cagnucci, all’indimenticato Agostino Di Bartolomei. Eccola:

«È quasi un errore scrivere oggi di Agostino Di Bartolomei. Perché se è sempre vero che in ogni circostanza di commemorazione c’è il facile rischio della retorica, per Agostino che è stato l’uomo senza retorica è ancora più vero. L’uomo in più per Sorrentino – il film che gli ha dedicato il regista – e per noi – la vita che ci ha dedicato lui.

Un uomo senza posa, ma con la faccia tirata in una smorfia in una punizione con la doppia b da Dibba con la gamba perpendicolare al terreno, tirando via insieme al pallone tutto quello che c’era dietro e che spesso nascondeva. Apposta partiva così forte. Era la bomba di Ago. Il troppo che aveva dentro. Non il fiore, ma il vaso di fiori che tirò nel giro di campo di Roma-Torino e di cui ancora ne raccogliamo i cocci.

La pezza che ci è arrivata tutta insieme in una mattinata di maggio, la stessa data di quella notte, ma altre lacrime e preghiere. La smorfia che aveva quando ha abbozzato un sorriso alzando la Coppa Italia contro il Verona il 26 giugno 1984 perché era l’ultima cosa che stava facendo con la sua Roma. E nessuno di noi sapeva che non sarebbe più tornato. La Sud quella sera aveva scritto uno striscione: “Arrivederci Campione”. Ma non ci siamo più rivisti. È stato un errore persino quello.

“Ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, in campo e nella vita, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma…” gli scrissero i ragazzi di Roma – che all’epoca erano tutti quelli del Commando – in una lettera fattagli avere prima di quell’ultima partita e prima di srotolare un altro striscione: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva”.  Persino quello è un errore: la Roma a Di Bartolomei non gliela toglierà mai nessuno, ma lo abbiamo capito solo dopo che si è tolto la vita. E’ quasi un errore scrivere di Agostino Di Bartolomei perché la cosa giusta sarebbe solo viverlo. L’errore è stata l’indifferenza che c’è stata intorno a lui dopo che ha smesso di giocare a calcio, ma anche dopo che era stato mandato via dalla Roma (lui non se ne sarebbe mai andato via, e quell’esultanza col Milan è solo un’esultanza contro l’indifferenza). In una intervista fattagli da Enzo Tortora su un numero del mitico Intrepido del 1980 Agostino racconta di avere due sogni: “Lo scudetto che prima o poi arriverà, e che periferia significhi ancora amicizia e aiuto reciproco, mentre l’indifferenza verso gli altri regna sovrana…”. Difficile commentare. Forse più facile capire cosa ha provato quando si è trovato lui alla periferia degli interessi e dei ricordi, incapace di chiedere aiuto e di vendersi visto che aveva sempre aiutato tutti e non si era mai venduto a nessuno. Era così il nostro Capitano. Era il Capitano. Se Dino Viola ci ha insegnato a scrivere Roma in maiuscolo, Di Bartolomei è stato il carattere di quel testo. E il significato. Se Dino Viola a Genova l’8 maggio 1983 ha detto che “la Roma dopo 41 anni è uscita dalla prigionia del sogno” Agostino Di Bartolomei è quello che ha scardinato la prigione. Con una pallonata. Con un cazzotto tirato al cielo a Pisa.  Con una punizione.

Agostino Di Bartolomei è l’unità di misura della nostra storia. In lui non c’è solo la Roma più bella dell’Olimpico col sole, ma c’è pure quella di Testaccio, quella orgogliosa che torna in serie A, a Verona, quella che va in serie B una volta e per questo non si discute ma si ama. La Roma che diventa campione d’Italia allo Stadio Nazionale nel 1942 e che allo stadio Nazionale/Torino ultima in classifica a quattro giornate dalla fine viene tifata sugli spalti da Anna Magnani nel 1951. Perché quand’è così, quando sta male, Roma ha bisogno di Roma.

Ad Agostino a un certo punto è mancata Roma e nessuno gliel’ha data. Poche facce raccontano l’autenticità di Roma come quelle di Anna Magnani e di Agostino Di Bartolomei. La sua verità e anche la sua sofferenza. La sua enorme bellezza e persino la sua più grande sfibrata generosissima passione.  La troppa vita che c’è in quei  volti. Agostino Di Bartolomei  è stato la Roma che ogni volta quando è stata forte ha avuto il suo ottavo  Re di Roma (Amadei, Rocca, Pruzzo, Falcao…) e anche quella che in serie B ha avuto Tre Re come Capitano. La Roma dei Capitani. La Roma dei signori e dei popolani. La Roma delle periferie e dei sovrani. La Roma dei Romani. Agostino Di Bartolomei è in tutto questo. Lo ha nei tratti, ma senza mezzo stereotipo, senza mezzo “aho”.

 

È il capitano dei nostri capitani. È il centro di una coreografia perfetta della Curva Sud. E non è solo un modo di dire: al centro di tutti quei Figli di Roma, Capitani e Bandiere che resteranno il nostro vanto e che nessun altro potrà mai avere, i ragazzi di Roma l’11 gennaio 2015 (più di trent’anni dopo Ago, più di vent’anni dopo Ago…) c’era Agostino Di Bartolomei. Al centro della Curva così com’era al centro del campo. “In campo e fuori a incarnare i sogni di tutti i ragazzi di Roma”. Al centro del cuore. C’è sempre un Ago lì al fondo, dove appuntare uno striscione, un pianto, una bandiera, il nostro ricordo e il nostro destino: è lui che ci obbliga a tornare a quella notte. Sì, sì, non abbiamo scelta. Glielo dobbiamo. Lo dobbiamo a lui e lo dobbiamo a noi.

È questa la grandezza del suo discorso silenzioso che ancora ci parla: ha confuso i pronomi. E la cosa più bella non è che tutto questo si ripete continuamente, ma è  la speranza che tutto questo possa ripetersi. Agostino non dev’essere un discorso già fatto, ma il discorso da fare. Ago vive quando se ne parla e nell’esempio che ha dato. Ago vive ogni volta che si fa rivivere, ma non deve essere una moda o un fatto scontato. Ago vive non tanto quando oggi ne celebriamo un compleanno che per forza ci fa male, ma nei ragazzini che al Torneo Agostino Di Bartolomei a giugno dell’anno scorso si sono messi a cantare “oh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino go” insieme con i ragazzi della Sud che stavano al campo Di Bartolomei. Agostino rivive nei fiori che i ragazzi hanno dato alla moglie Marisa. Ago rivive nei fiori, soprattutto in quelli senza vaso.

Ago vive nella bandiera che Franco Tancredi ha sventolato sotto la Sud nel giorno della hall of fame, nella commozione di Francesco Totti e Daniele De Rossi nel giorno in cui a Trigoria è stato inaugurato il campo Agostino Di Bartolomei. Vive nel nome di quel campo e in tutti i campetti senza nome, soprattutto in quelli di periferia dove regna ancora “amicizia e aiuto reciproco” e si prende a pallonate l’indifferenza. Agostino c’è stato prima e dopo perché continua a esserci anche adesso che non c’è più. Agostino di Bartolomei è stato e ci ha portato al punto più alto quando quella notte di maggio del 1984 è diventato luce e con quella maglietta bianca ci ha portato in vantaggio contro il Liverpool. Allo Zenit e poi ne abbiamo visto il tramonto. È stato come aver visto il Sole scegliere di morire. Dieci anni dopo. E questo è l’errore, il nostro, non il suo. Di tutti.

E allora forse scrivere e dire che Agostino Di Bartolomei ha amato la Roma persino più della sua vita, che sicuramente per la Roma ci ha vissuto, che quella mattina di merda ha lasciato una foto della Sud contro il Liverpool con un volo di colombe, che un tifoso della Roma non lo deve dimenticare mai, che deve riuscire a capire come e quanto ci ha dato, sarà forse un errore, ma è l’unica cosa che possiamo e che soprattutto dobbiamo fare.

Anche perché al suo confronto ci potevamo solo sbagliare.

Sei stato troppo amore Ago.

Auguri Capitano mio».

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“Caro Ago,

è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto – scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone – che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.

In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.

Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima.

Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.

Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che – forse perché negata – avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco.

Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.

Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano – a riguardarla adesso quella serenità – ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio?

E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato. Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno. Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera. Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola. Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio. Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.

Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.

Luca”

(La prefazione scritta da Luca Di Bartolomei per il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno) 

‘Coppa Ago’, prima edizione del torneo dedicato a Di Bartolomei

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Venerdì 8 aprile 2016, nel giorno del compleanno del mitico e compianto capitano della Roma, Agostino Di Bartolomei, avrà luogo la prima edizione del torneo ‘Coppa Ago’ in memoria del grande giocatore.

A partecipare all’evento – oltre ai due istituti scolastici che si incontreranno sul campo, il Caravaggio e il Socrate di Roma – anche la famiglia e gli amici di Ago. Patrocinato dall’VIII Municipio, il torneo si svolgerà alle 12 sul campo ‘Wellness Town’ di via Livio Agresti 13.

“Agostino Di Bartolomei – spiega una nota sul sito del Comune di Roma – è stato uno studente del Liceo Scientifico Statale ‘F. Borromini’, disputò e vinse la coppa Roma Junior Club 1972. Il trofeo è attualmente conservato presso l’istituto artistico Caravaggio.

La scuola avrebbe desiderato riconsegnare la Coppa alla famiglia Di Bartolomei, ma la famiglia stessa ha chiesto di metterla di nuovo in palio in memoria del giocatore “su quello stesso campo in cui Agostino giocò con la squadra giovanile del quartiere”.

La prima. L’ultima

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Roma-Verona. Era il 26 giugno 1984. L’ultima partita di Agostino Di Bartolomei con la Roma. Tra i tanti striscioni quella sera in Sud ce n’era uno che recitava così: “Agostino: il nostro non è un addio… Ciao campione”. E invece la Sud quella volta si sbagliò. Ma come fai a non sbagliarti in occasioni del genere? Come fai ad alzare una Coppa quando hai perso La Coppa? Come fai a salutare il tuo Capitano per sempre? Quel giorno i ragazzi della Sud riuscirono a far avere tramite Giannini una lettera per Di Bartolomei: “Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”… Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido… senza troppe scene… Hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere…”.

Quella sera Ago non segnò, e nemmeno sorrise perché quando alzò la Coppa aveva una specie di ghigno. Era il momento dell’addio. (…) Non rientrava più nei piani della società. Non rientrava più con la Roma… Quando entrò in campo si girò verso la Sud e lesse questo striscione rimasto famoso: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva”. L’ho sempre amato questo striscione, ma anche questo adesso capisco che era sbagliato: la Roma ad Ago non gliela toglierà mai nessuno.

(Da “Le 100 partite che hanno fatto la storia della Roma”, Newton Compton)

I° torneo Agostino Di Bartolomei

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Non un semplice quadrangolare ma un’esperienza di calcio come Agostino credeva dovesse essere vissuta: con impegno, rispetto dell’avversario, passione. La prima edizione del torneo Di Bartolomei non poteva svolgersi in altro modo: la classe 2002 dell’AS Roma ha affrontato i 2001 di Lodigiani (AS Roma Academy), Cinecittà Bettini (AS Roma Academy) e FC Rieti 1936 (ASR affiliated), nel campo dedicato ad Ago, il capitano giallorosso degli Anni 80.

La manifestazione si è svolta sotto gli occhi di numerosi tifosi giallorossi, che hanno voluto omaggiare la memoria di Agostino assieme a una serie di suoi ex compagni: su tutti Sebino Nela e Odoacre Chierico, arbitri di eccezione nella finale che ha visto vincere la Roma per 6-5 ai calci di rigore contro la Lodigiani, dopo che l’incontro era terminato sull’1-1.

Al termine del torneo, Marisa Di Bartolomei – vedova dello storico capitano – dopo aver premiato le squadre partecipanti ha voluto omaggiare la Curva Sud con un trofeo speciale: il premio Top 11, vinto da Ago nell’anno dello scudetto dell’83, consegnato ai tifosi della Curva e dato in custodia alla Società, in attesa di poter essere esposto nel museo all’interno del nuovo stadio.
Premiato anche Daniele Ceccarelli, il  diciannoenne tifoso giallorosso vincitore del contest sulla realizzazione del logo per il torneo Agostino Di Bartolomei.

Il tutto sotto gli occhi di tanti ragazzi presenti, con l’augurio che faranno tutti tesoro dei principi che hanno ispirato la carriera del grande Agostino.

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