Il 26 giugno dell’84 l’ultima partita di Ago con la maglia della Roma

Roma-Verona, 26 giugno 1984, ritorno di finale di Coppa Italia. L’ultima partita di Agostino Di Bartolomei con la Roma. L’ultima partita di Nils Liedholm prima di tornare al Milan e dopo aver fatto giocare a zona un sogno per cinque anni. La quinta Coppa Italia, alzata con due braccia e tenuta con una mano dal Capitano prima dell’ultimo giro di campo finito sotto la Sud.

Tutto troppo poco per quella Roma che aveva quasi preso con tutta se stessa la Coppa dei Campioni, e troppo poco per tutto. Se n’era andato il sogno. Se ne stava andando la Roma da lui. Lui da noi. A maggio, Roma-Verona era stata anche l’ultima partita in campionato della Roma prima della finale col Liverpool, divenne l’ultima in assoluto come a eternare un momento a venire. Come a dire: la rigiocheremo. Lo rivedremo. Tra i tanti striscioni quella sera in Sud ce n’era uno che recitava così: “Agostino: il nostro non è un addio… Ciao campione”. E invece la Sud quella volta si sbagliò. Ma come fai a non sbagliarti in occasioni del genere? Come fai ad alzare una coppa quando hai perso La Coppa? Come fai a salutare il tuo Capitano per sempre? Quel giorno i ragazzi della Curva Sud riuscirono a far avere tramite Peppe Giannini una lettera per Agostino Di Bartolomei. Quella lettera, scritta da Ludovica, venne pubblicata sul Corriere dello Sport per quella finale. Eccone un pezzo:

“E’ difficile pensare che oggi sia il giorno del saluto… Come facciamo ad immaginarti con un’altra maglia uscire dal tunnel dell’Olimpico? Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere, quanto l’abbiamo apprezzato…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”, quella grinta, quell’abnegazione, quella volontà… ci saranno d’aiuto ovunque. … Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido ma pieno di gratitudine… senza troppe scene, sincero con i tuoi tifosi. Sei stato un maestro per noi, in campo e nella vita, ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, ci hai fatto sentire orgogliosi di essere romani e romanisti, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Ci sembra anche stupido farti gli auguri per la tua nuova squadra, che senso avrebbe? Forse ancora non ci crediamo, non vogliamo crederci, non possiamo farlo… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere sotto di noi, rideremo e piangeremo tutti perché avremo avuto un grande uomo che ci ha voluto bene. Tutti i ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud”.

Quella sera Ago non segnò, e nemmeno sorrise perché quando alzò la Coppa aveva una specie di ghigno. Era il momento dell’addio. I 90′ prima più di un trofeo significavano solo il tempo da rubare al tempo. Più che una finale, il preludio del Finale.  La partita fu anche abbastanza noiosa, relativamente tesa ma nemmeno difficile, con la Roma che in gol al 28′ del primo tempo per un’autorete di Ferroni e che nella ripresa – grazie anche all’espulsione dell’ex Iorio che stava per ritornare alla Roma – controlla l’1-0 buono la coppa visto l’1-1 dell’andata. Della partita l’episodio più curioso avvenne a dieci minuti dalla fine quando – platealmente – Paulo Roberto Falcao bloccò la sostituzione di Pruzzo con Vincenzi decisa da Liedholm. Il giorno dopo i giornali criticarono questa specie di insubordinazione non vedendo l’uovo di Colombo: Falcao stava già prendendo il posto d Liedholm che aveva deciso di andarsene. Falcao era sempre stato l’allenatore in campo. “Mi dispiace, io ho fatto una scelta, finisce una storia e se ne apre un’altra”, disse Liddas lasciandosi con un addio più morbido rispetto a quello che Agostino invece dovette subire. Non rientrava più nei piani della società. Non rientrava più con la Roma. Stava uscendo infilandosi nel tunnel. Quel Roma-Verona 1-0, quinta orgogliosa Coppa Italia della nostra storia rimarrà per sempre l’ultima partita di Ago con la Roma, cioè rimarrà per sempre la partita che non sarebbe mai dovuta arrivare. Né giocare. Quando entrò in campo Agostino si girò come sempre verso la Sud e lesse questo striscione rimasto famoso: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva”. L’ho sempre amato questo striscione, ma anche questo adesso capisco che era sbagliato: la Roma ad Ago non gliela toglierà mai nessuno.

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55 Secondi

“…Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere…

Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l’inizio? (…) Il Trenta Maggio è una ferita che non si rimarginerà mai perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l’amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita, di sbeffeggiarla. Quantomeno lo deve al nostro Capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano lo sarà per sempre. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete l’attaccamento che può nascere da una perdita? E’ la vita che lo insegna e il TrentaMaggio è un giorno della nostra vita. Non l’abbiamo persa quella partita, contro l’avversario più grande, fino all’ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90′ e poi dopo 120′. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera abbiamo perso la Coppa ai rigori. Roma-Liverpool 3-5 dcr, Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c’è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un’immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c’è qualcosa di più grande.

Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande.

Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l’ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un’altra versione. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d’inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l’altro prima di fare quel coro. “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostro ricordi? Per quelle notti? Per Katsche? Per l’Atletico? Per il Borussia? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo “Roma! Roma! Roma!”. Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma. “Roma! Roma! Roma!”. Roma mia. T’ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce lo ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c’è vittoria che t’appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per 55 secondi. Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno.

Voglio vederlo sorridere. Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. (…). Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d’angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c’era lui in campo io avevo meno paura. Se c’era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte Lui ci ha fatto campioni d’Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. E’ un vanto. E’ un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. Adesso che sono diventato padre Agostino Di Bartolomei è ancora più un esempio. Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene. E’ l’unica cosa che posso fare (…)

…E quando saremo felici, io quel giorno vorrò allo stadio gli “olè” per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… uno un po’ più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c’era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita.

Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c’è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l’ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare”.

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(Da “55 secondi”, 2014)

Tonino Cagnucci l’As Roma, 55 secondi e un Cielo da prendersi

983688_10203184312841758_7351681149565025095_nLo scorso fine settimana il Campionato di calcio di serie A si è fermato perché scendeva in campo la Nazionale Italiana per le qualificazioni agli Europei.

Per molti è stato un sospiro di sollievo, per altri una domenica “vuota”.

Per riempire questa mancanza, che solo noi tifosi “doc” possiamo capire, ho deciso di farmi una chiacchierata con Tonino Cagnucci.

Tonino è giornalista, scrittore, autore, tifoso giallorosso e attualmente opinionista e collaboratore per Roma Radio , l”emittente radiofonica ufficiale dell’As Roma.

Prima di tutto però, per me, Tonino è un poeta ed è questa la ragione per la quale ho voluto parlare con lui dopo la prima sconfitta dell’As Roma di quest’anno.

Avevo bisogno di conforto, cercavo delle risposte e, dopo tutte queste polemiche, ero alla ricerca di pace e si sa che i poeti sono fatti di pace, non lo dico io ma un tale Pablo Neruda:

La Poesia è un atto di Pace. La Pace costituisce il Poeta come la Farina il Pane

Dunque chi meglio di Tonino avrebbe potuto aiutarmi? L’ho chiamato e abbiamo iniziato a parlare così… come due amici, due giornalisti, due tifosi feriti ma certi che la loro Roma ha un destino preciso…

Il tuo ultimo libro s’intitola “55 secondi”, esattamente la durata del tempo in cui la Roma ha “vinto” la Coppa dei Campioni nel 1984 nella finale contro il Liverpool. Durante la conferenza stampa di presentazione di quel libro Baldissoni, direttore generale giallorosso, ha dichiarato: “Le sconfitte sono alla base delle vittorie”.  Ecco prendendo a prestito questa frase ti chiedo: può la sconfitta contro la Juventus essere alla base di una vittoria?

Innanzitutto dipende cosa s’intende per “sconfitta”. Il concetto di “sconfitta”, così come quello di “vittoria” sono suscettibili a varie interpretazioni. Conta il modo in cui si vince o si perde. La partita contro la Juventus del 5 ottobre 2014 per me dice una cosa sola: che la Roma è forte. La seguo dal 1978 e posso dire che la Roma di quest’anno è ai livelli di quella Roma per me “intoccabile” degli Anni 80. Del resto è stato imbarazzante il modo in cui la Juventus ha vinto. 

Si però alla fine ha vinto e molti romanisti nelle chiacchiere nei bar, sui giornali e in Parlamento mostrano una certa rassegnazione.

Già… e la rassegnazione si combatte combattendola. Anche la Roma del 1983 prima di diventare Campione d’Italia s’è presa l’episodio di Turone. Il punto è, che se sei più forte, alla fine vinci e basta. Ci vorrà del tempo ma alla fine vinci. Punto. Non sopporto i romanisti del “Mai ‘na gioia” perché non appartiene all’indole romanista quel tipo di atteggiamento. Immaginati Falcao o Batistuta arrivare a Roma e dire: “Mai ‘na Gioia”. I vincenti vogliono vincere, per questo vincono. 

A questo punto mi viene naturale chiederti come giustifichi lo sfogo post partita del Capitano Francesco Totti?

In quel momento ha detto quello che tutti i tifosi romanisti avrebbero voluto dire. Lui però ha parlato anche per dire “qualcosa”, per mandare un “messaggio” attraverso le telecamere. Conta il momento. Il giorno dopo è già un’altra storia: secondo voi Totti non ci crede allo Scudetto? Secondo voi Totti quando va a dormire non lo sogna questo scudetto? 

Nei giorni seguenti anche il Presidente giallorosso James Pallotta ha dichiarato: “… torneremo presto e lotteremo per arrivare in alto. Cominciate ad abituarvi”. Molti hanno mal interpretato queste sue parole, tu cosa ne pensi?

Mi sembra evidente che il suo messaggio vada letto come un “Ragazzi andiamo a vincere”.  Se c’è una società in Italia che ha combattuto i poteri forti e per poteri forti intendo: Figc, Lega, Osservatorio, palazzinari e politicanti vari questa è la Roma. “Cominciate ad abituarvi” è puro violese. Lui parla a tanti e a diversi livelli. 

In Champions quale credi sarà il cammino dell’As Roma. Ti aspettavi una squadra così forte?

Il mio augurio è di continuare così. La Roma ha già dimostrato di essere ai livelli dei campioni di Russia e Inghilterra (e d’Italia) ora sfidiamo quelli di Gerrmania. Mi aspetto di stare tra le stelle e brillare di luce propria e magari un giorno di prendere tutto il cielo. Per il momento seguiamo la scia. All’inizio pensavo che uscire dalla Champions e giocare l’Europa League potesse essere meglio se si voleva vincere qualche trofeo. Però la Roma è così bella che mi ha fatto cambiare idea. Spero vada avanti il più possibile. Che brilli. Anzi affinché “Roma nostra brillerà”. 

Ci sono stati 55 secondi in cui la Roma si prese il cielo… come li ricordi?

Beh, sono stati 55 secondi in tutto, fino al coro della Sud “Roma! Roma! Roma!”. Li ho scoperti adesso, con il tempo. Quella di Roma – Liverpool è stata una ferita dalla quale spurga ancora dignità, orgoglio, futuro. Noi siamo destinati a tornare lì, dove siamo rimasti. 

Tra i tuoi progetti ci sono altri libri?

Tutto quello che avevo da dire sulla Roma l’ho scritto nell’ultimo capitolo del libro 55 secondi. Se scriverò un libro sarà su altri argomenti. Adesso sono contento di lavorare in Radio e a Roma Radio. Mi piacerebbe di nuovo poter scrivere un programma come la “Domenica del Romanista” (Retesport) per poter parlare di cultura romanista e raccontare qualcosa di originale. Il più possibile almeno. Perché la Roma è un pezzo della vita di tanta e tanta gente….

Ringrazio Tonino con un “Forza Roma!” Mi sento meglio. Più sollevata, felice di appartenere a una categoria di tifosi fatta di gente per bene, appassionata e innamorata. Rileggo nei miei appunti le risposte che Tonino mi ha rilasciato ed ecco che mi appare nitida quella pace che andavo cercando, una pace fatta di versi e di parole messe in un equilibrio perfetto:

… che la Roma sia tra le stelle e brilli di luce propria e possa così un giorno prendersi tutto il cielo…

Dino Viola, del resto, già ce l’aveva insegnato quando, dopo una sconfitta in un  Roma – Juventus del 1983,  disse: “Sono proprio le cadute che fanno risorgere” e allora è da tempo che abbiamo imparato la lezione e anche se a volte la delusione ci assale noi non piangiamo, perchè piange il debole, i forti non piangono mai. 

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“55 Secondi” – Il futuro non è scritto

“Lascia che ti racconti storie dei mesi dell’anno, di fantasmi e cuori infranti, di terrore e desiderio. Lascia che ti racconti di bevute fino a tardi e telefoni senza risposta, di buone azioni e brutti giorni, di distruzioni e ricostruzioni, di uomini morti che camminano e padri perduti, di piccole fanciulle francesi a Miami, di lupi sinceri e di come parlano alle ragazze. Ci sono storie nelle storie, sussurrate nelle orecchie nella quiete della notte, gridate sopra il boato del giorno, e recitate tra amanti e nemici, stranieri e amici. Ma tutte, tutte sono cose fragili, fatte unendo solo 26 lettere sistemate e risistemate ancora e ancora per formare racconti e immagini che, se glie lo permetti, abbaglieranno la tua immaginazione e ti commuoveranno fin nel profondo della tua anima.” (Neil Gaiman)

La fotografia ha il potere di fermare il tempo. Alcune immagini, più di altre, possono catturare un momento ed immortalarlo. Questo è il caso della copertina del “Jornal da Tarde” del 6 luglio 1982, che per me è la prima pagina più rimarchevole del giornalismo brasiliano. Tutto il sentimento di un popolo catturato dalle lenti di Reginaldo Manente. C’è un’altra foto, questa volta un salto di gioia, un uomo a librarsi in aria. Due momenti diversi, di tristezza e di gioia, i due estremi dello spettro delle emozioni umane, che meriterebbero esserci nella “capsula del tempo”, il messaggio nella bottiglia che Carl Sagan ha inviato nello spazio a bordo della Voyager, insieme a saluti in 55 lingue, ai suoni della natura, Bach, Beethoven, Mozart e “Johnny B. Goode” per spiegare ad altre vite di altri mondi chi siamo, di che cosa siamo fatti e tutta la sintesi di ciò che è essere umano.

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La storia della foto della prima pagina tutti noi conosciamo. In verità, ho evitato leggere e guardare il video che mostra l’incontro tra il ragazzino della foto e Paolo Rossi. No, grazie, perché non ho bisogno che nessuno mi spieghi cosa ho sentito quel giorno. Dell’altra foto, dell’uomo a librarsi in aria, non sapevo nulla. Forse, per questa ragione, un libro su questo soggetto mi ha sembrato così affascinante.

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“55 Secondi” racconta la storia di quella foto. La storia di cose fragili, di sogni distrutti e di cuori infranti. La storia dell’aspettativa di un momento particolare di vita, la fine dell’innocenza, il primo e più doloroso cambio di pelle che significa crescere. Io potrei riassumere dicendo che è la storia di come due ragazzini romani – e tutta una città – hanno vissuto la partita più importante della loro vita, ma questa sarebbe una visione redutiva di cosa rappresenta questo libro. È la storia di un 30 maggio che ha deffinito i 30 seguenti. Perché il 30 maggio 1984 non è soltanto il giorno in cui Roma ha giocatto la sua prima finale della Coppa dei Campioni, in un’epoca in che soltanto i campioni partecipavano del torneo. Perché il 30 maggio non è una partita, non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo. E la grande bellezza del libro non è quella di raccontare una partita, ma l’attesa, il modo com’è stata vissuta, vista e percepita da questi due ragazzi, uno di 11 e l’altro di 14 anni. Questo libro è una resa dei conti con la fine dell’infanzia, è un debito da pagare con se stesso e con tutti gli altri che non sono in grado di usare le parole per descrivere in modo così semplice e commosso ciò che quella immagine rappresenta. È un libro fatto per i figli. È un legato.

Tonino Cagnucci e Paolo Castellani sono i due bambini narratori di questa storia. Tra la filosofia e il calcio, Cagnucci ha scelto di fare del calcio la sua poesia. Castellani si è avviato per la strada dell’arte. Si tratta di uno studioso, un collezionista e la sua Mona Lisa è la maglia che Agostino Di Bartolmei ha vestito in quel 30 maggio. Agostino Di Bartolomei è l’uomo che vola in quella foto. È l’uomo che ha scelto un altro 30 maggio, dieci anni dopo, per lasciare il mondo. Questo libro è, in un certo modo, necessario per spiegare l’altro 30 maggio e per fare un altro omaggio a Di Bartolomei.

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Non ha importanza, se il calcio ti piace o meno, questo è un libro che dovrebbe essere letto senza pregiudizi, perché oltre che un libro sul calcio, ne parla della vita. Questo viaggio per la memoryland, è una passeggiata mano nella mano con questi due ragazzini per una Roma sconosciuta, tutta dipinta di giallo e rosso, chiassosa e piena di chimera, che respirava un profumo di speranza e sognava lo stesso sogno per tutti. È anche il ritratto di una generazione che ha letto troppo, ha sentito molta musica, ha visto e ha sentito troppo, e adesso prova a spiegare a quelli che ce l’hanno tutto in un click, com’era vivere tanto avendo quasi niente. Tutta l’emozione di sentire una partita di calcio alla radio, di usare più l’immaginazione che altri sensi. L’ultima generazione analogica della storia che ha visto Blade Runner ed è uscita dal cinema pensando che uno scanner fotografico era una cosa quasi tanto impossibile come il teletrasporto. La generazione che ha vissuto ogni piccola gioia sapendo che, in fondo, di piccola non ne avevano nulla. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”, voi della generazione del iPhone, delle SmartTVs, dell’internet a fibra ottica, delle reti sociali, voi non fate la minima idea. E com’era meraviglioso immaginare, sognare, desiderare qualcosa. Non esiste vita senza musica e ogni capitolo è permeato dalla colonna sonora del 1983-84 – tranne i Clash perché loro sono eterni e sempre attuali – The Cure, Lotus Eaters, The Police, U2, The Smiths, Wham ed Antonello Venditti. La musica che descriveva il mondo, la vita e l’amore che noi, umani, avremmo un giorno sentiti.

È impossibile passare per la vita senza perdere qualcosa, senza cicatrici. C’è bisogno di fare i conti col passato, per andare avanti, anche se, a volte, sembri difficile trovare la forza per farlo. Il modo in cui Cagnucci e Castellani hanno trovato per raccontar un’altra volta il miglior, il più grande, il più incredibile, il più eclatante e il momento più terrificante della loro infanzia è una conversazione che attraversa i nove mesi della stagione romanista nella Coppa dei Campioni, senza lasciare di rendere omaggio all’avversario che distruggeva il sogno. Il libro inizia e finisce con una rispettosa riverenza al Liverpool, raccontando la finale della Champions League del 1977, tra Liverpool e Borussia Mönchengladbach, giocata a Roma, e il cerchio si chiude con “You’ll Never Walk Alone”, la canzone che il Liverpool ha tenuto per se e si libra sopra i cancelli di Anfield. In questo libro, in nessun momento, ma soprattutto in quella primavera indimenticabile del 1984, camminiamo da soli. La primavera prima dell’inverno del scontento, prima dell’addio al divino Falcão, prima della tempesta che si avvicina e porterà via il Barone e il Capitano a Milano, come sognava Prospero. “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.”. E sogni di bambini, anche se delicati, sono dificile da uccidere. Dobbiamo parlare delle cose che ci fanno male perché 30 anni è un lungo tempo per trattenere il respiro. È necessario tornare a respirare, aprire le finestre e i cassetti, liberare i fantasmi, rinnovare i sogni, aver fiducia nel cuore e iniziare a scrivere una nuova storia.

Il calcio è una metafora della vita, delle battaglie quotidiane, dell’amore perso e riacquistato, delle piccole vittorie e delle grandi sconfitte. No. Il calcio è la vita. È perderne qualcuna e vincerne altre. È la prossima partita. È l’attesa di qualcosa che ci fa sentire grande, anche se solo per 90 minuti. È la memoria che non si cancella mai. Il calcio è l’amore. Per una squadra, per i suoi colori, per la sua storia fatta di lacrime di gioia e di tristezza. Una storia fatta dagli uomini che non saranno mai comuni nel ricordo di un bambino. Il calcio è un’eredità che passa di generazione in generazione ed è stampata nel DNA. Il calcio sono quei 55 secondi sospesi nel tempo per 30 anni e per sempre. 55 secondi in cui tutto sembrava possibile. 55 secondi in cui la Roma era di nuovo il centro dell’universo, in cima del mondo, la più grande in Europa. Chi questo non capisce, mai capirà.

© Lilian Trigo

La nuova Roma e quella del 1984 e l’eredità di Socrates

Il cammino della prima Roma di Garcia e il ricordo della finale persa con il Liverpool in Coppa dei Campioni; Socrates e la Democrazia Corinthiana

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Le tensioni e i problemi di un anno fa sono lontanissimi, ormai (quasi) dimenticati. Dalle macerie di una squadra disfatta dopo due stagioni faticose e la storica sconfitta in Coppa Italia, è spuntata un’altra Roma, con i soliti Totti e De Rossi a guidare il gruppo ma con una serie di volti nuovi di cui è stato facile per i tifosi innamorarsi subito, primo fra tutti Rudi Garcia. E adesso, dopo il colpo Iturbe a rinforzare un organico già di prim’ordine, e considerato anche il momento particolare che sta vivendo la Juventus – per tacere delle due milanesi – nella Capitale si aspetta soltanto l’inizio della stagione per tornare a sognare in grande. Per ingannare l’attesa, sono appena arrivati due libri molti diversi tra loro ma ugualmente significativi. Il primo passa in rassegna la spettacolare stagione appena trascorsa, con pochi dati ma essenziali e tante bellissime foto: si parte dal 19 giugno del 2013, dalla presentazione del tecnico francese per poi passare ai nuovi acquisti, al precampionato, e infine al cammino in campionato, contrassegnato subito dal record delle dieci vittorie iniziali. Per ogni partita, il tabellino, poche righe di cronaca e le immagini più significative. E poi la Coppa Italia, l’Hall of Fame, la mostra di Testaccio, lo stadio che sarà, a proiettarsi in un futuro si spera prossimo. Un ponte sulla prossima stagione, ma questa volta in chiave europea, vuole essere probabilmente anche il bellissimo racconto di Cagnucci – autore di libri preziosi su De Rossi e il Genoa di De Andrè – e Castellani, dedicato ad una notte molto particolare di trent’anni fa, quel 30 maggio 1984 che vide la Roma arrendersi solo ai calci di rigore contro il Liverpool, nella finale della Coppa dei Campioni. Una sorta di atto di dolore, un viaggio faticoso nella memoria per tanti tifosi – probabilmente non vi interesserà, ma chi scrive dormì una notte nella sua Fiat 126 parcheggiata davanti all’Olimpico per mettersi presto in fila ai botteghini che vendevano i biglietti per quella partita – una partita impossibile nella quale la Roma fu in vantaggio per la miseria di 55 secondi (da qui il titolo del libro) dal rigore dell’1-0 di Di Bartolomei dopo l’errore di Nicol fino al pareggio di Neal, prima che succedesse quello che ricordiamo bene tutti. Gli autori ricostruiscono con sapienza l’atmosfera di quella stagione straordinaria e ripercorrono – accompagnati dalla colonna sonora di quei tempi – il cammino in Coppa dei Campioni in una città imbandierata di giallo e di rosso, fino all’epilogo sportivamente drammatico. E chissà che la Roma di Garcia non ci faccia tornare a sorridere in Europa.
UN ANNO CON LA ROMA, Yearbook 2013-2014; Newton Compton Editori, 237 pagine, 14,90 euro.
55 SECONDI, trenta maggio 1984; di Tonino Cagnucci e Paolo Castellani, edizioni I libri di Voce Romana, 152 pagine, 17 euro.

Per chi vuole leggere un libro di calcio che non parla solo di calcio, «Compagni di stadio» è la lettura che sta cercando. Per chi pensa che la vita oltrepassi la linea laterale, la storia di Socrates e della Democrazia Corinthiana è una buona opportunità per (ri)scoprire un’epoca viva di fermenti (gli anni ‘80) e un’idea che prese forma dando calci ad un pallone, laggiù in Brasile, a San Paolo, negli anni bui della dittatura, quando il Corinthians – come scrive la brava giornalista e autrice del libro Solange Cavalcante – «era un club che riuscì a riunire un terzino sindacalista, un centravanti ribelle e un attaccante dal nome di filosofo, laureato in Medicina, Sòcrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, in arte Socrates». Quel Corinthians, tra il 1981 e il 1985, divenne il simbolo di un calcio impegnato, dove si poteva vincere (e vinsero), sognare (e sognarono), e fare politica (la fecero) accompagnando per mano un’intera generazione, verso un futuro che doveva essere migliore. Trent’anni dopo siamo qui a considerare quella eccezionale storia (eccezionale nel senso di eccezione mai più ripetuta) con uno sguardo contaminato da un presente dove tutto si mischia e tutto si confonde; ma se ancora è la curiosità a tenere viva la nostra quotidianità, beh, allora è utile leggere «Compagni di stadio». Ne sapremo di più sul calcio che è stato. Ne sapremo di più su di noi. (Furio Zara)
COMPAGNI DI STADIO, Sòcrates e la democrazia Corinthiana; di Solange Cavalcante, edizioni Fandango, 317 pagine, 18,50 euro

© Massimo Grilli

Il tempo del destino

ImmagineRoma-Liverpool come non l’avete mai letta. Letta, non vista, perché “55 secondi – 30 maggio 1984”, il libro di Tonino Cagnucci e Paolo Castellani (Pagine Editore) e nelle librerie proprio dal 30 maggio, dà una lettura tutta nuova della finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma. A cominciare da quel “persa”, che non è del tutto esatto. Ma non perché la partita nei 120 minuti sia finita 1-1, semplicemente perché non è ancora finita. E se qualcuno la pensa così o ancora oggi, dopo 30 anni, la vuole scansare da se stesso, la lettura del libro farà in modo di farla ricominciare. Non è ancora finita perché ogni romanista da quel giorno la sta ancora giocando, perché “55 secondi” non è solo il tempo in cui la Roma è stata campione d’Europa, cioè il tempo intercorso tra il rigore calciato da Di Bartolomei (che seguiva l’errore del Liverpool) e quello successivo tirato dagli inglesi. Ma è anche il tempo intercorso tra l’ultimo rigore segnato da Kennedy, che assegna la coppa ai Reds, e il coro che parte dalla Sud: “Roma! Roma! Roma!”. 55 secondi per rompere il silenzio e far ricominciare quella partita. Se proprio non avete il coraggio di leggere il libro, intanto compratelo. E magari iniziate a leggerlo in prossimità dell’esordio della Roma in Champions League, perché la partita che non è mai finita a settembre ricomincia un’altra volta.

Il titologià dice quasi tutto. Per 55 secondi la Roma è stata campione d’Europa. E’ questo il modo giusto di leggere Roma-Liverpool. Non un qualcosa da scansare, ma un qualcosa di cui andare orgogliosi. Il punto più alto della nostra storia. Una vetta che altri non hanno mai toccato e che non toccheranno mai. Esserci arrivatiè un orgoglio e Tonino Cagnucci e Paolo Castellani ripercorrono non solo quella notte, ma tutta la splendida cavalcata della Roma più forte di sempre (, anche più forte diquella del 1983 e del 2001) con gli occhi di ciò che erano allora, ragazzini che rincorrevano un sogno, e di ciò che sono oggi, uomini che riescono a vedere la realtà di quella notte. Appunto, la realtà è che quello è stato il punto più alto della nostra storia. Gli autori si parlano tra diloro, ti accompagnano con  una colonna sonora che potrete sentire facilmente se leggerete questo libro in silenzio, al buio, solo con una lucetta ad illuminare le pagine. La luce attraverso cui si vede la realtà di Roma-Liverpool. “Bianca luce” è il nome che è stato dato alla maglia indossata da Agostino Di Bartolomei quella sera e che oggi è custodita da Paolo Castellani e nel libro c’è anche il percorso che ha fatto quella maglia, come se il Capitano di sempre della Roma avesse fatto in modo che non andasse dispersa ma che continuasse a dirci qualcosa. A dirci che quella partita non è finita e se anche mai fosse finita, dopo 55 secondi è ricominciata.

La luce che Tonino Cagnucci e Paolo Castellani mettono su Roma-Liverpool spiega anche perché la Roma non ha vinto quella partita (ma non l’ha persa). Perché non l’ha giocata in casa. Era all’Olimpico, sì, ma l’analisi di tutto ciò che è successo quel giorno, dalla maglia bianca senza scudetto alla vendita dei biglietti, fino a tantissimi altri dettagli, porta a comprendere facilmente come non ci sia niente di peggio che sentirsi in trasferta a casa propria. Questo accadde e lo si scopre anche attraverso appassionanti retroscena della preparazione che fece la Curva Sud per quell’evento, storia di passione e di una scenografia mai realizzata. Storia di una lettera custodita fino alla fine proprio da Agostino Di Bartolomei.

In un qualsiasi altro stadio, la Roma si sarebbe sentita molto più in casa di quanto non si sentì il 30 maggio 1984 all’Olimpico. E quando la Roma rigiocherà quella partita, anzi, la ricomincerà, sarà diverso. Perché saremo più pronti. E lo saremo grazie alla Roma del 30 maggio 1984, che alzerà la Coppa. Le grandi orecchie serviranno per amplificare quel “Roma! Roma! Roma!” alzatosi al cielo 55 secondi dopo quella che tutti pensavano fosse la fine. E se ancora non ci credete, leggete tutto il libro fino al penultimo capitolo. Poi fermatevi, leggete l’ultimo e lasciate andare i brividi. Sarà tutto più chiaro, tutto sotto un’altra luce. Bianca luce.

Luca Pelosi