Svolta a Trigoria la seconda edizione del torneo Agostino Di Bartolomei

Dopo la bella esperienza dello scorso anno, si è svolta oggi pomeriggio a Trigoria la seconda edizione del Torneo Agostino Di Bartolomei.

Il quadrangolare dedicato all’indimenticato Capitano del secondo Scudetto giallorosso, ha visto la partecipazione delle squadre del 2003 di AS Roma, Scuola Calcio AS Roma, ASD Savio e Cinecittà Bettini.

L’obiettivo è stato fare vivere ai ragazzi partecipanti la manifestazione non come un semplice torneo, ma come un’esperienza di calcio, proprio come Agostino credeva dovesse essere vissuta: ossia con impegno, rispetto dell’avversario e passione.

Il torneo, che si è giocato sul campo Agostino Di Bartolomei del centro sportivo di Trigoria, si è aperto con le due semifinali, composte da due tempi di 20 minuti ciascuno: nella prima la Roma si è imposta sul Cinecittà Bettini per 2-0, mentre nella seconda l’ADS Savio ha avuto la meglio sulla Scuola Calcio AS Roma per 1-0. La finalissima, giocata in due tempi da 25 minuti, ha infine visto prevalere i ragazzi della Roma su quelli del Savio per 1-0, con le quattro squadre premiate alla fine da Marisa Di Bartolomei, moglie di Agostino, e da Massimo Tarantino in rappresentanza dell’AS Roma.

Ecco qui sotto una gallery della giornata trascorsa oggi a Trigoria in memoria e nello spirito dell’indimenticato ex capitano della Roma Agostino Di Bartolomei

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La Roma ricorda Di Bartolomei: “Auguri Ago, Capitano mio”

CAMPIONATO DI SERIE A 2014/2015

Il capitano del secondo scudetto giallorosso, morto nel 1994, oggi avrebbe compiuto 61 anni: «Per sempre Agostino»

Buon compleanno Ago. Avrebbe compiuto 61 anni oggi, Agostino Di Bartolomei,  capitano del secondo scudetto romanista. Per ricordarlo, ci sarà questa mattina a Tor Marancia una commemorazione che coinvolgerà i ragazzi di due licei: il Caravaggio e il Socrate. In palio c’è la Junior Cup conquistata proprio da Agostino nel 1972: chi vince custodirà la coppa fino al prossimo anno. La Roma, in questo giorno speciale, ha dedicato una lettera a firma di Tonino Cagnucci, all’indimenticato Agostino Di Bartolomei. Eccola:

«È quasi un errore scrivere oggi di Agostino Di Bartolomei. Perché se è sempre vero che in ogni circostanza di commemorazione c’è il facile rischio della retorica, per Agostino che è stato l’uomo senza retorica è ancora più vero. L’uomo in più per Sorrentino – il film che gli ha dedicato il regista – e per noi – la vita che ci ha dedicato lui.

Un uomo senza posa, ma con la faccia tirata in una smorfia in una punizione con la doppia b da Dibba con la gamba perpendicolare al terreno, tirando via insieme al pallone tutto quello che c’era dietro e che spesso nascondeva. Apposta partiva così forte. Era la bomba di Ago. Il troppo che aveva dentro. Non il fiore, ma il vaso di fiori che tirò nel giro di campo di Roma-Torino e di cui ancora ne raccogliamo i cocci.

La pezza che ci è arrivata tutta insieme in una mattinata di maggio, la stessa data di quella notte, ma altre lacrime e preghiere. La smorfia che aveva quando ha abbozzato un sorriso alzando la Coppa Italia contro il Verona il 26 giugno 1984 perché era l’ultima cosa che stava facendo con la sua Roma. E nessuno di noi sapeva che non sarebbe più tornato. La Sud quella sera aveva scritto uno striscione: “Arrivederci Campione”. Ma non ci siamo più rivisti. È stato un errore persino quello.

“Ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, in campo e nella vita, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma…” gli scrissero i ragazzi di Roma – che all’epoca erano tutti quelli del Commando – in una lettera fattagli avere prima di quell’ultima partita e prima di srotolare un altro striscione: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva”.  Persino quello è un errore: la Roma a Di Bartolomei non gliela toglierà mai nessuno, ma lo abbiamo capito solo dopo che si è tolto la vita. E’ quasi un errore scrivere di Agostino Di Bartolomei perché la cosa giusta sarebbe solo viverlo. L’errore è stata l’indifferenza che c’è stata intorno a lui dopo che ha smesso di giocare a calcio, ma anche dopo che era stato mandato via dalla Roma (lui non se ne sarebbe mai andato via, e quell’esultanza col Milan è solo un’esultanza contro l’indifferenza). In una intervista fattagli da Enzo Tortora su un numero del mitico Intrepido del 1980 Agostino racconta di avere due sogni: “Lo scudetto che prima o poi arriverà, e che periferia significhi ancora amicizia e aiuto reciproco, mentre l’indifferenza verso gli altri regna sovrana…”. Difficile commentare. Forse più facile capire cosa ha provato quando si è trovato lui alla periferia degli interessi e dei ricordi, incapace di chiedere aiuto e di vendersi visto che aveva sempre aiutato tutti e non si era mai venduto a nessuno. Era così il nostro Capitano. Era il Capitano. Se Dino Viola ci ha insegnato a scrivere Roma in maiuscolo, Di Bartolomei è stato il carattere di quel testo. E il significato. Se Dino Viola a Genova l’8 maggio 1983 ha detto che “la Roma dopo 41 anni è uscita dalla prigionia del sogno” Agostino Di Bartolomei è quello che ha scardinato la prigione. Con una pallonata. Con un cazzotto tirato al cielo a Pisa.  Con una punizione.

Agostino Di Bartolomei è l’unità di misura della nostra storia. In lui non c’è solo la Roma più bella dell’Olimpico col sole, ma c’è pure quella di Testaccio, quella orgogliosa che torna in serie A, a Verona, quella che va in serie B una volta e per questo non si discute ma si ama. La Roma che diventa campione d’Italia allo Stadio Nazionale nel 1942 e che allo stadio Nazionale/Torino ultima in classifica a quattro giornate dalla fine viene tifata sugli spalti da Anna Magnani nel 1951. Perché quand’è così, quando sta male, Roma ha bisogno di Roma.

Ad Agostino a un certo punto è mancata Roma e nessuno gliel’ha data. Poche facce raccontano l’autenticità di Roma come quelle di Anna Magnani e di Agostino Di Bartolomei. La sua verità e anche la sua sofferenza. La sua enorme bellezza e persino la sua più grande sfibrata generosissima passione.  La troppa vita che c’è in quei  volti. Agostino Di Bartolomei  è stato la Roma che ogni volta quando è stata forte ha avuto il suo ottavo  Re di Roma (Amadei, Rocca, Pruzzo, Falcao…) e anche quella che in serie B ha avuto Tre Re come Capitano. La Roma dei Capitani. La Roma dei signori e dei popolani. La Roma delle periferie e dei sovrani. La Roma dei Romani. Agostino Di Bartolomei è in tutto questo. Lo ha nei tratti, ma senza mezzo stereotipo, senza mezzo “aho”.

 

È il capitano dei nostri capitani. È il centro di una coreografia perfetta della Curva Sud. E non è solo un modo di dire: al centro di tutti quei Figli di Roma, Capitani e Bandiere che resteranno il nostro vanto e che nessun altro potrà mai avere, i ragazzi di Roma l’11 gennaio 2015 (più di trent’anni dopo Ago, più di vent’anni dopo Ago…) c’era Agostino Di Bartolomei. Al centro della Curva così com’era al centro del campo. “In campo e fuori a incarnare i sogni di tutti i ragazzi di Roma”. Al centro del cuore. C’è sempre un Ago lì al fondo, dove appuntare uno striscione, un pianto, una bandiera, il nostro ricordo e il nostro destino: è lui che ci obbliga a tornare a quella notte. Sì, sì, non abbiamo scelta. Glielo dobbiamo. Lo dobbiamo a lui e lo dobbiamo a noi.

È questa la grandezza del suo discorso silenzioso che ancora ci parla: ha confuso i pronomi. E la cosa più bella non è che tutto questo si ripete continuamente, ma è  la speranza che tutto questo possa ripetersi. Agostino non dev’essere un discorso già fatto, ma il discorso da fare. Ago vive quando se ne parla e nell’esempio che ha dato. Ago vive ogni volta che si fa rivivere, ma non deve essere una moda o un fatto scontato. Ago vive non tanto quando oggi ne celebriamo un compleanno che per forza ci fa male, ma nei ragazzini che al Torneo Agostino Di Bartolomei a giugno dell’anno scorso si sono messi a cantare “oh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino go” insieme con i ragazzi della Sud che stavano al campo Di Bartolomei. Agostino rivive nei fiori che i ragazzi hanno dato alla moglie Marisa. Ago rivive nei fiori, soprattutto in quelli senza vaso.

Ago vive nella bandiera che Franco Tancredi ha sventolato sotto la Sud nel giorno della hall of fame, nella commozione di Francesco Totti e Daniele De Rossi nel giorno in cui a Trigoria è stato inaugurato il campo Agostino Di Bartolomei. Vive nel nome di quel campo e in tutti i campetti senza nome, soprattutto in quelli di periferia dove regna ancora “amicizia e aiuto reciproco” e si prende a pallonate l’indifferenza. Agostino c’è stato prima e dopo perché continua a esserci anche adesso che non c’è più. Agostino di Bartolomei è stato e ci ha portato al punto più alto quando quella notte di maggio del 1984 è diventato luce e con quella maglietta bianca ci ha portato in vantaggio contro il Liverpool. Allo Zenit e poi ne abbiamo visto il tramonto. È stato come aver visto il Sole scegliere di morire. Dieci anni dopo. E questo è l’errore, il nostro, non il suo. Di tutti.

E allora forse scrivere e dire che Agostino Di Bartolomei ha amato la Roma persino più della sua vita, che sicuramente per la Roma ci ha vissuto, che quella mattina di merda ha lasciato una foto della Sud contro il Liverpool con un volo di colombe, che un tifoso della Roma non lo deve dimenticare mai, che deve riuscire a capire come e quanto ci ha dato, sarà forse un errore, ma è l’unica cosa che possiamo e che soprattutto dobbiamo fare.

Anche perché al suo confronto ci potevamo solo sbagliare.

Sei stato troppo amore Ago.

Auguri Capitano mio».

La prima. L’ultima

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Roma-Verona. Era il 26 giugno 1984. L’ultima partita di Agostino Di Bartolomei con la Roma. Tra i tanti striscioni quella sera in Sud ce n’era uno che recitava così: “Agostino: il nostro non è un addio… Ciao campione”. E invece la Sud quella volta si sbagliò. Ma come fai a non sbagliarti in occasioni del genere? Come fai ad alzare una Coppa quando hai perso La Coppa? Come fai a salutare il tuo Capitano per sempre? Quel giorno i ragazzi della Sud riuscirono a far avere tramite Giannini una lettera per Di Bartolomei: “Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”… Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido… senza troppe scene… Hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere…”.

Quella sera Ago non segnò, e nemmeno sorrise perché quando alzò la Coppa aveva una specie di ghigno. Era il momento dell’addio. (…) Non rientrava più nei piani della società. Non rientrava più con la Roma… Quando entrò in campo si girò verso la Sud e lesse questo striscione rimasto famoso: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva”. L’ho sempre amato questo striscione, ma anche questo adesso capisco che era sbagliato: la Roma ad Ago non gliela toglierà mai nessuno.

(Da “Le 100 partite che hanno fatto la storia della Roma”, Newton Compton)

I° torneo Agostino Di Bartolomei

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Non un semplice quadrangolare ma un’esperienza di calcio come Agostino credeva dovesse essere vissuta: con impegno, rispetto dell’avversario, passione. La prima edizione del torneo Di Bartolomei non poteva svolgersi in altro modo: la classe 2002 dell’AS Roma ha affrontato i 2001 di Lodigiani (AS Roma Academy), Cinecittà Bettini (AS Roma Academy) e FC Rieti 1936 (ASR affiliated), nel campo dedicato ad Ago, il capitano giallorosso degli Anni 80.

La manifestazione si è svolta sotto gli occhi di numerosi tifosi giallorossi, che hanno voluto omaggiare la memoria di Agostino assieme a una serie di suoi ex compagni: su tutti Sebino Nela e Odoacre Chierico, arbitri di eccezione nella finale che ha visto vincere la Roma per 6-5 ai calci di rigore contro la Lodigiani, dopo che l’incontro era terminato sull’1-1.

Al termine del torneo, Marisa Di Bartolomei – vedova dello storico capitano – dopo aver premiato le squadre partecipanti ha voluto omaggiare la Curva Sud con un trofeo speciale: il premio Top 11, vinto da Ago nell’anno dello scudetto dell’83, consegnato ai tifosi della Curva e dato in custodia alla Società, in attesa di poter essere esposto nel museo all’interno del nuovo stadio.
Premiato anche Daniele Ceccarelli, il  diciannoenne tifoso giallorosso vincitore del contest sulla realizzazione del logo per il torneo Agostino Di Bartolomei.

Il tutto sotto gli occhi di tanti ragazzi presenti, con l’augurio che faranno tutti tesoro dei principi che hanno ispirato la carriera del grande Agostino.

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Un Ago nel cuore

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C’è un’immagine che spiega non chi è stato ma cosa ha fatto per la Roma Agostino Di Bartolomei, che oggi avrebbe compiuto 60 anni ma che sarà giovane per sempre. E’ la fotografia della sua esultanza dopo il primo rigore nella finale della Coppa dei Campioni il 30 maggio 1984 contro il Liverpool. In quel momento la Roma era campione d’Europa e il salto di Agostino dopo il gol l’immagine perfetta del punto più alto raggiunto dalla Roma nella sua storia.

Ancora oggi. E’ Agostino Di Bartolomei che l’ha portata lì. Con quella maglietta bianca luce, con la fascia di capitano, col suo cuore romanista e il suo profilo da romano. Con tutto quello che era Agostino. Tanto. Con tutto quello che aveva dentro. Troppo. Quando condusse la sua squadra nel giro di campo il 15 maggio 1983 per festeggiare lo scudetto vinto dopo 41 anni tenendo, lui primo della fila, il tricolore lasciò per un attimo il lembo di quel bandierone gigantesco per prendere un vaso con dei fiori e lanciarlo in tribuna. Un vaso con dei fiori, non un fiore. E’ un gesto che racconta tanto di chi ha dato tutto per la Roma. Agostino Di Bartolomei è stato il Capitano della Roma più bella, più forte, più colta e più popolare di sempre.

Agostino Di Bartolomei è stato, è e sarà il Capitano per sempre della Roma. Non solo perché se n’è andato (perché finché vivrà la Roma vivrà Agostino) ma per come in ogni istante ha vissuto la Roma, per come ha dimostrato al Tre Fontane e a Trigoria, nelle interviste e nei silenzi, cosa sia la Roma. “La Roma è il cuore antico di questa città antica com’è antico il mondo” una volta disse. Bastava guardargli gli occhi per capire cosa fosse per lui. La Roma è stata la sua vita e lui ci ha insegnato a rispettarla e a farci rispettare, a scriverla finalmente in maiuscolo senza aver mai paura di mettere un punto ma sempre con la voglia di ricominciare. Una volta l’ha messo lui il punto e da quel momento ogni romanista avrà definitivamente e sempre un Ago nel cuore.

“Ci sono i tifosi di calcio e ci sono i tifosi della Roma” un’altra volta disse. Vero. E non ci sarà mai più nessuno come Agostino Di Bartolomei.

Tonino Cagnucci

La nuova Roma e quella del 1984 e l’eredità di Socrates

Il cammino della prima Roma di Garcia e il ricordo della finale persa con il Liverpool in Coppa dei Campioni; Socrates e la Democrazia Corinthiana

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Le tensioni e i problemi di un anno fa sono lontanissimi, ormai (quasi) dimenticati. Dalle macerie di una squadra disfatta dopo due stagioni faticose e la storica sconfitta in Coppa Italia, è spuntata un’altra Roma, con i soliti Totti e De Rossi a guidare il gruppo ma con una serie di volti nuovi di cui è stato facile per i tifosi innamorarsi subito, primo fra tutti Rudi Garcia. E adesso, dopo il colpo Iturbe a rinforzare un organico già di prim’ordine, e considerato anche il momento particolare che sta vivendo la Juventus – per tacere delle due milanesi – nella Capitale si aspetta soltanto l’inizio della stagione per tornare a sognare in grande. Per ingannare l’attesa, sono appena arrivati due libri molti diversi tra loro ma ugualmente significativi. Il primo passa in rassegna la spettacolare stagione appena trascorsa, con pochi dati ma essenziali e tante bellissime foto: si parte dal 19 giugno del 2013, dalla presentazione del tecnico francese per poi passare ai nuovi acquisti, al precampionato, e infine al cammino in campionato, contrassegnato subito dal record delle dieci vittorie iniziali. Per ogni partita, il tabellino, poche righe di cronaca e le immagini più significative. E poi la Coppa Italia, l’Hall of Fame, la mostra di Testaccio, lo stadio che sarà, a proiettarsi in un futuro si spera prossimo. Un ponte sulla prossima stagione, ma questa volta in chiave europea, vuole essere probabilmente anche il bellissimo racconto di Cagnucci – autore di libri preziosi su De Rossi e il Genoa di De Andrè – e Castellani, dedicato ad una notte molto particolare di trent’anni fa, quel 30 maggio 1984 che vide la Roma arrendersi solo ai calci di rigore contro il Liverpool, nella finale della Coppa dei Campioni. Una sorta di atto di dolore, un viaggio faticoso nella memoria per tanti tifosi – probabilmente non vi interesserà, ma chi scrive dormì una notte nella sua Fiat 126 parcheggiata davanti all’Olimpico per mettersi presto in fila ai botteghini che vendevano i biglietti per quella partita – una partita impossibile nella quale la Roma fu in vantaggio per la miseria di 55 secondi (da qui il titolo del libro) dal rigore dell’1-0 di Di Bartolomei dopo l’errore di Nicol fino al pareggio di Neal, prima che succedesse quello che ricordiamo bene tutti. Gli autori ricostruiscono con sapienza l’atmosfera di quella stagione straordinaria e ripercorrono – accompagnati dalla colonna sonora di quei tempi – il cammino in Coppa dei Campioni in una città imbandierata di giallo e di rosso, fino all’epilogo sportivamente drammatico. E chissà che la Roma di Garcia non ci faccia tornare a sorridere in Europa.
UN ANNO CON LA ROMA, Yearbook 2013-2014; Newton Compton Editori, 237 pagine, 14,90 euro.
55 SECONDI, trenta maggio 1984; di Tonino Cagnucci e Paolo Castellani, edizioni I libri di Voce Romana, 152 pagine, 17 euro.

Per chi vuole leggere un libro di calcio che non parla solo di calcio, «Compagni di stadio» è la lettura che sta cercando. Per chi pensa che la vita oltrepassi la linea laterale, la storia di Socrates e della Democrazia Corinthiana è una buona opportunità per (ri)scoprire un’epoca viva di fermenti (gli anni ‘80) e un’idea che prese forma dando calci ad un pallone, laggiù in Brasile, a San Paolo, negli anni bui della dittatura, quando il Corinthians – come scrive la brava giornalista e autrice del libro Solange Cavalcante – «era un club che riuscì a riunire un terzino sindacalista, un centravanti ribelle e un attaccante dal nome di filosofo, laureato in Medicina, Sòcrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, in arte Socrates». Quel Corinthians, tra il 1981 e il 1985, divenne il simbolo di un calcio impegnato, dove si poteva vincere (e vinsero), sognare (e sognarono), e fare politica (la fecero) accompagnando per mano un’intera generazione, verso un futuro che doveva essere migliore. Trent’anni dopo siamo qui a considerare quella eccezionale storia (eccezionale nel senso di eccezione mai più ripetuta) con uno sguardo contaminato da un presente dove tutto si mischia e tutto si confonde; ma se ancora è la curiosità a tenere viva la nostra quotidianità, beh, allora è utile leggere «Compagni di stadio». Ne sapremo di più sul calcio che è stato. Ne sapremo di più su di noi. (Furio Zara)
COMPAGNI DI STADIO, Sòcrates e la democrazia Corinthiana; di Solange Cavalcante, edizioni Fandango, 317 pagine, 18,50 euro

© Massimo Grilli