Commozione, sani valori e un calcio di qualità aprono il Trofeo città di Rocca di Papa in ricordo di “Ago”

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Poche parole, stringate ma cariche di significato, che denotano la pesantezza di un argomento che non si vorrebbe mai toccare, tanto meno di fronte a un nutrito pubblico, e che hanno stretto a molti un nodo in gola quando Luca ha esordito nel suo discorso dicendo di non aver mai perdonato fino in fondo suo padre, l’indimenticato Agostino di Bartolomei, storico capitano della Roma che decise di togliersi la vita nel 1994. All’epoca aveva solo 11 anni.

Ed ora, oltre trentenne, Luca ha in mano un lascito inestimabile per tutto il mondo sportivo contenuto nel volume “Il manuale del calcio“, scritto da “Ago” e pubblicato solo postumo, quando la famiglia ebbe il coraggio di riaprire dolorosi cassetti.

La sua presenza a Rocca di Papa, alla presentazione ieri del 12esimo Trofeo Città di Rocca di Papa della società Canarini, intitolato proprio a Agostino, alla presenza di tanti giovani calciatori, ha avuto dunque un significato profondo e commovente.

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“Sono orgoglioso di questa vostra decisione – è stato il commento del figlio – e l’augurio che posso fare ad ognuno di voi è di giocare per divertirvi, perchè il calcio è semplicità e divertimento”. Proprio questa frase è uno degli insegnamenti che stanno alla base del manuale di Agostino, che prova a rimettere ordine in uno sport fin troppo chiacchierato, riportandolo ai sani valori e principi.

A iniziare l’incontro è stato il sindaco di Rocca di Papa, Pasquale Boccia che ha voluto ringraziare la società di calcio di Rocca di Papa per i traguardi raggiunti e per le tante iniziative messe in campo per i giovani, per offrire un calcio di qualità. “Ripartiamo dai valori del calcio – ha detto l’assessore Silvia Marika Sciamplicotti, anche lei presente al tavolo dei relatori -. Così come un tempo si giocava a calcio per le strade cittadine, ora bisogna fare l’inverso e far uscire il calcio dai campi per riportarlo in strada e contagiare positivamente la cittadinanza, attraverso questi appuntamenti”.

“Dobbiamo dare ai nostri ragazzi esempi giusti e valori da seguire” ha sottolineato il delegato allo Sport, Antonio Gentili.

“Abbiamo all’incirca 890 ragazzi dagli 8 ai 13 anni, coinvolti nel torneo e tantissime partite in programma che coinvolgono molte società calcistiche del panorama romano – ha detto il presidente della Canarini, Gennaro Draicchio  –, e tutto questo è possibile solo grazie all’impegno di tutto il mio staff e dei tanti genitori che si supportano”.

Presente anche il comandante dei carabinieri Giovanni De Fabrizio che ha anticipato i futuri incontri con i ragazzi sui temi del bullismo ed altro.

All’incontro non è mancato Giampiero Gentilini, allenatore della Nazionale dilettanti, dal trascorso calcistico altisonante, che da giovane ha lasciato Rocca di Papa per rincorrere un pallone e che ha avuto modo di ascoltare gli insegnamenti di Agostino dal vivo.
A voler portare il proprio contributo alla memoria di Agostino di Bartolomei sono stati anche lo scrittore e giornalista Mauro De Cesare e il conduttore TV Antonio di Bartolo.

Il torneo di svolgerà  dal 12 maggio al 19 giugno ed il 18 maggio al campo sportivo “L.Gavini” verrà inaugurato unmonumento alla memoria di Di Bartolomei, contenente un’opera inedita dell’artista irlandese Barry Masterson.

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“Caro Ago,

è da quando Andrea e Giovanni mi hanno chiesto di pensare a un’introduzione per questo libro bello e onesto – scritto con il tatto di chi sa di toccare sentimenti privati e allo stesso tempo una passione e un affetto condivisi da tantissime persone – che penso e ripenso a queste poche righe. E ne ho buttate via tante di versioni prima di decidere davvero che forse era il caso di essere egoista e parlarti, per una volta pubblicamente, solo da figlio. Quanto mi manchi papà.

In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare da cui d’estate cercavo la barca mentre assonnato indossavo il costume; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea in cui tu, ti riposavi 20 metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto di sopra.

Ago, se prima mi capitava di parlare di te sempre con il sorriso e quasi con la certezza di scorgere nelle mie azioni qualcosa che ti riportasse alla mia memoria, adesso purtroppo tutto questo non mi viene naturale. Non più come prima.

Mi manchi papà. E da figlio perdonami se decido oggi di gridare con egoismo l’ingiustizia di avermi sottratto i nostri anni più belli. Quelli dell’adolescenza e di una contestazione strozzata nel realismo; quelli di qualche schiaffone con cui, ogni tanto, mi avresti addrizzato. Quelli delle prime ragazze, dello studio all’università, della casa da solo. Quelli delle partite di calcetto insieme. Rigorosamente, in squadre diverse.

Rituali sicuramente sciocchi e forse banali ma che ti parlano di una normalità che – forse perché negata – avrei desiderato tanto e che mi sottraesti in quella mattina serena di un’estate immobile. Una giornata di cui purtroppo ricorderò perfettamente ogni secondo per tutta la mia vita. Di quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Di quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che ce ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. Dell’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco.

Avevo undici anni papà, tu mi sembravi invincibile e destinato a tornare in qualche modo in quello stadio grande con sopra gli imbuti nel quale quando incontravamo i tifosi partiva in automatico la foto mentre in sottofondo scattava plastico il coretto: “OOOO AGOSTINO… AGO AGO AGOSTINO GOL…” scatenando in un certo senso la mia gelosia di bambino.

Volendo, oggi, essere onesto fino in fondo con me stesso penso che nella serenità con cui ho parlato di te alle moltissime persone chi mi hanno chiesto se fossi parente del Capitano – a riguardarla adesso quella serenità – ci sia stato qualcosa di inconsciamente innaturale. Come se con quella mia tranquillità volessi placare il rumore assurdo che quel tuo sparo ha prodotto nella testa di tutti noi. Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. Per noi, da lì in avanti, l’unico.

Quella data diventerà un giorno a caso sul calendario, un giorno tra il 29 e il 31 in cui i giornalisti delle radio mi chiamano per un ricordo con il pubblico. Per i tifosi che hanno visto e non hanno dimenticato quel Capitano serio. Per quelli giovani che ti hanno scoperto sui forum, visto su Youtube e che per te hanno aperto anche una pagina Facebook. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono sempre ripetuto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse ti si è insinuata dentro quella data, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore. Perché papà io non ci ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio. Di fronte alla grandezza di una vita umana, all’amore di una moglie e di due figli infatti cosa era quella se una stupidissima partita di calcio?

E pensare che la sera prima saremmo stati in trenta a casa, tra cugini e amici stretti, a mangiare insieme senza che nessuno si accorgesse di nulla. Mentre quella sensazione lieve di malessere ti stritolava. Ma non penso che ci saremmo potuti accorgere di nulla, papà. Con noi sei stato, fino all’ultimo istante, lo stesso di sempre. Non chiuso. Non orso come ti vedevano gli altri. Quelli che non ti conoscevano. Quelli che ti avevano cucito addosso un personaggio che non ti apparteneva. Non fiero, non superbo. Solo riservato. Con noi eri solo Ago: innamorato, dolce, caciarone e ironico. L’Ago di sempre. Quello che accantonava l’aria seria del ragazzo cresciuto in fretta, precocemente vecchio, e buttava le miccette nel camino per spaventare nonno. Quello delle domeniche in barca per andare a pesca. Dei pomeriggi su un campo alla periferia del calcio per insegnare ai ragazzini gli schemi e dirgli che serietà e talento contano alla stessa maniera. Quello che veniva a svegliarmi tutte le mattine per vedere i tg delle 7 e che poi partendo per andare a lavoro con Gianmarco mi portava a scuola. Quello che durante la settimana aveva sempre dei fiori per Marisa e che quando tornava a casa aveva per lei il primo bacio. Quello che nonostante tutta la mia incazzatura e tutto il vuoto mi ha lasciato dentro riesco sempre a perdonare perché ho conosciuto tutto il suo amore.

Mi manchi Ago. Ecco volevo solo dirtelo ancora una volta.

Luca”

(La prefazione scritta da Luca Di Bartolomei per il libro “L’ultima partita – Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei” di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno) 

Luca Di Bartolomei: “55 secondi è un gioiello”

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Più che una presentazione, è stato un dialogo tra romanisti. In una delle case più romaniste che esistono, cioè la sede dell’UTR. Dove ieri si parlava di “55 secondi”, il libro di Tonino Cagnucci e Paolo Castellani dedicato alla finale di Coppa Campioni del 30 maggio 1984 tra Roma e Liverpool. Un dialogo il cui protagonista principale è stato proprio il libro e le tante cose che vuole dire ai tifosi della Roma. Una di queste, l’ha raccontata Antonio Bongi, storico capo della Curva Sud, svelando come nacque il coro “Ago-Ago-Ago-Agostino gol”. È una delle tante scoperte che si fanno in questo libro, perché nella finale di Coppa Campioni che proprio il Liverpool vinse all’Olimpico contro il Borussia Moenchegladbach nel 1977, i tifosi romanisti stavano insieme ai tifosi del Liverpool, che facevano un coro simile per un loro giocatore. Poi Gabriele Pescatore, il più grande collezionista di cose romaniste, al quel è bastato paragonare la produzione musicale inglese e di Liverpool in particolare (Beatles, ovviamente) con quella italiana di quegli anni per capire come sarebbe andata a finire… «Ma non è finita. Quella partita non è finita, noi romanisti la stiamo ancora giocando e un giorno la vinceremo anche grazie a ciò che insegna questo libro» dice il nostro Luca Pelosi.

Ospite d’eccezione, Luca Di Bartolomei. Da lui arrivano le parole più importanti, dopo aver notato come quello, il 1984, non fosse un periodo affatto facile per l’Italia e per la società in particolare. Ma la Roma era un qualcosa di bello in un mondo che aveva tante cose brutte. «Questo libro è un gioiello – dice Luca – è il racconto di due bambini innamorati della Roma e del calcio.Tanti valori della vita li ho ritrovati in queste pagine. Spero che Tonino voglia continuare a raccontare ancora con i suoi occhi». Luca Di Bartolomei ha poi ricordato la morte di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli che ha perso la vita dopo una lunga agonia in seguito ai fatti che hanno preceduto la finale di Coppa Italia. «Sono rimasto molto colpito dalle parole della mamma di Ciro e dai valori che ha espresso. Questi valori li ho ritrovati in questo libro. Valori di vita».

© Il Romanista & Riccardo De Luca

Quella bianca luce sul Capitano

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Il racconto immaginifico lo fa Paolo Castellani a Luca Di Bartolomei in una lettera bellissima. Profonda. Sincera. Splendida. Romanista. Completamente, come questa storia che è successa il 23 agosto, alle ore 16: Francesco Totti che si mette la maglietta indossata da Agostino Di Bartolomei il 30 maggio 1984. Già sta stretto come racconto. La maglia gli stava benissimo, anche se mentre la indossava diceva «mi sta stretta eppure lui era un armadio». Dei ricordi.

Per un romanista quella maglia, quella partita, quel capitano hanno un posto sicuro in un posto lontanissimo ma che senti sempre qui vicino, proprio accanto, come si tengono le persone care, i ricordi e le cose più belle, gli odori da ragazzino. Agostino.

Paolo Castellani è il collezionista che per stile ha quella maglia. Perché lo stile è la fedeltà a un’idea, e Castellani è tanto romanista, fa precisamente parte di quella generazione che è rimasta a quella notte, in fila al botteghino da 26 anni per una partita che si deve ancora giocare: il punto più alto e più doloroso. Se l’è meritata. Ha cercato e comprato quella maglietta per quello stesso sentimento che conosce benissimo chi è della Roma. Bisogna parlare di lui non soltanto perché come una grande madre conserva questo vecchio cucciolo di tutti i tifosi della Roma, immacolato, tenero e fiero, ma perché a lui s’è rivolto Luca Di Bartolomei una volta messosi a conoscenza di chi “tenesse” quella maglietta. Lo spunto: la riedizione, dieci anni dopo la prima, del libro di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno, “L’ultima partita – vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”. C’è una prefazione che fa male. E’ un libro che fa rivivere.

Inizialmente l’appuntamento era per i primi giorni d’agosto, per un servizio in esclusiva sul Venerdì di Repubblica, poi è stato spostato al 23. Ore 16. Luca Di Bartolomei nemmeno ha chiesto a Paolo di portare la maglia per il semplice fatto che Paolo quella maglia ovviamente la riconosce come quella di Agostino. E Luca è suo figlio. Questa continua a essere una storia di padri e figli. Il 23 agosto 2010 alle 16 quando Paolo Castellani e Luca Di Bartolomei arrivano al Fulvio Bernardini di Trigoria ai cancelli c’è il figlio di Dante (Daje Roma daje) che chiede le generalità soltanto per il tempo del riconoscimento: «Mi scusi non l’avevo riconosciuta», dice a Luca con quel fare rispettoso, pudico e timoroso che hanno le persone bene educate a chi se lo merita (ben educate a questa storia). Anche Paolo è timido ed è rimasto d’accordo con Luca che la maglia a Totti l’avrebbe data Luca. Entrano a Trigoria e questo è un altro grande momento, perché Paolo chiede a Luca da quant’è che non lo fa – più che altro per alleggerire la sua di emozione – ma Luca gli risponde con un tiro da lontano: «Sono 19 anni». Una vita fa. Una vita veramente fa. Anche se il papà se ne era già andato dalla Roma. Diciannove anni sono esattemente gli anni passati con la Roma da Francesco Totti: è da lui che si deve andare.

Vanno, vicino al boschetto c’è un ragazzino biondo che gioca a pallone, ci gioca pure bene. Si chiama Cristian, il papà non è ancora arrivato. Eccolo. «Ciao Luca», fa con quel fare tutto suo e tanto romano. Saluta anche Paolo che a parte ricambiare la cortesia non proferisce altra parola perché il suo l’aveva da poco già fatto (il suo: questa è una specie di missione): mentre Cristian giocava a pallone aveva tolto dallo zainetto quella maglietta piegata con la cura che si può avere da 26 anni messi in un gesto e la dà. La dà. Se ne spoglia. A quel punto restano in tre in disparte: Luca Di Bartolomei, Francesco Totti e la Bianca Luce. Totti non se la mette. Guarda il numero e la ripiega, l’appoggia sulle spalle e non se la mette, la ripassa nella mano destra, nella sinistra. Sembra quasi prendere tempo. Prende tempo. Poi girandosi verso Vito Scala sussurra: «È pure per rispetto…».

Mentre la infila arriva un altro papà: il suo. Vincenzo, Enzo, detto da chi lo conosce lo Sceriffo. Sta lì per tenere a bada Cristian. Ci sono tre generazioni di romanisti in quel momento. C’è un figlio che sta ricordando il papà, un bambino che gioca biondo a pallone, un nonno che lo insegue, un tifoso che è il custode di tutta questa storia e un calciatore campione e capitano con una maglia bianca in mano. La indossa. E quando lo fa non è più il capitano della Roma che si mette la maglia della Roma, la sua divisa, anche per lavoro, no.

La Bianca Luce è l’unica maglia della Roma che Francesco Totti si è messo da tifoso. Lui che ha il record delle presenze, lui che gioca da quando il figlio di Di Bartolomei non entra aTrigoria, lui che quella notte si ricorda poco tranne il silenzio che gli stava attorno, lui capitano-padre e figlio ritrova lo spirito. Ed è bello pensare che questo sia stato un altro regalo di Agostino, perché Agostino ha fatto sempre grandi gesti di generosità quando giocava a pallone con la Roma. Ha fatto l’assist per il gol dello scudetto a Pruzzo a Genova, l’8 maggio, e quella notte segnò il rigore che in quel momento – il Liverpool aveva sbagliato – ci faceva campioni d’Europa. Quando ha saltato è andato a toccare un punto dove non siamo ancora arrivati. L’ha fatto sempre per noi. Era il suo modo di dare una mano, di stenderla, senza dire niente, senza bisogno di niente tranne quella maglietta della Roma. E’ stato – forse – anche il suo bisogno di chiedere aiuto e nessuno l’ha sentito, nè visto. Troppa luce.

06 Settembre 2010

La lettera di Paolo Castellani a Luca Di Bartolomei

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Caro Luca,

volevo dirti grazie, “pubblicamente”, per avermi dato la possibilità di essere presente all’incontro tra te e Francesco Totti, che l’immaginifico Cagnucci ha meravigliosamente raccontato.

Ci tengo a dirti che custodisco la maglia di Agostino come una delle cose più care che ho. Non è per me solo un eccezionale cimelio sportivo, non è un simbolo o una bandiera (le bandiere vanno con il vento, servono solo a essere sventolate al momento del bisogno e poi vengono riposte e dimenticate, sosteneva qualcuno…). E’ qualcosa di più, che io conservo, ma che appartiene a tutti, a tutti coloro che amano la Roma, e che con gli stessi colori di questa maglia le hanno scritto “Ti amo”, a tutti coloro che Agostino non l’hanno mai messo da parte e per i quali rimarrà sempre il Capitano. Non è vero che c’è solo un capitano, è ingiusto, io non l’ho mai cantato; ognuno sceglie il suo, senza nulla togliere a chi è venuto prima o verrà dopo. Il mio era Agostino.

Soprattutto quella maglia è qualcosa che mi fa pensare a immagini, suoni, canti… Una “luce bianca” (grazie, Massimo) in una notte di fine maggio, che sarà buia e tempestosa; uno sparo improvviso in un mattino di fine maggio, nell’ora in cui da poco si è levato il canto delle allodole; il buio di un tunnel; un uomo che sbucava da un tunnel indossando orgogliosamente i colori di noi tutti; la scomparsa di un punto di riferimento; l’addio di un padre. E tutto questo mi fa risuonare in testa un canto, che inspiegabilmente riassume tutto…

Si tratta di un brano di un musical americano del 1945, Carousel; sono le parole che un uomo, morto suicida, rivolge prima alla moglie e poi alla figlia, dall’aldilà, in due momenti di loro forte difficoltà. Questo brano è poi divenuto un canto, intonato… in uno stadio, poi un inno, le sue parole sono divenute parte dello stemma di una squadra, ne sono l’anima; sono una delle cose più belle, a mio parere, che esista nel calcio, come la Roma di Agostino e come gli amici con cui si va allo stadio. E alla storia di Ago, e di quella maglia, incredibilmente si legano.

“Quando attraverserai una tempesta / mantieni dritta la tua testa / e non temere il buio. / Al termine della tempesta c’è un cielo dorato / e il dolce, argenteo canto di un’allodola. / Vai avanti, attraverso il vento / vai avanti, attraverso la pioggia / anche se i tuoi sogni saranno scossi e percossi. / Vai avanti, vai avanti con la speranza nel tuo cuore / e non camminerai mai solo / YOU’LL NEVER WALK ALONE.”

Luca, grazie ancora

Paolo

06 Settembre 2010